La Cuba dei blackout vuole i pannelli solari. E arrivano, dalla Cina

Nell'isola la situazione è precipitata dopo il blocco delle importazioni di petrolio dall'estero. E così il governo cubano stringe accordi con Pechino per il fotovoltaico
February 26, 2026
Due uomini sono sul tetto di una casa e trasportano un pannello solare. Dovranno installarlo in cima all'edificio. Sullo sfondo si intravedono altre case, alle cui sommità ci sono alcune cisterne per conservare l'acqua piovana.
Due tecnici installano pannelli solari sul tetto di un edificio a l'Avana, Cuba, a metà febbraio. REUTERS/Norlys Perez
Nelle ultime settimane Pedro Fernández ha lavorato senza sosta. Deve essere sempre pronto ad intervenire dove c’è bisogno di lui. Ad esempio, sui tetti delle case. Feranandez ha 20 anni e per mestiere installa pannelli solari. Vive a l'Avana e il suo lavoro, lì, è sempre più richiesto. Da quando, a gennaio, il presidente statunitense Donald Trump ha bloccato le importazioni di petrolio dal Venezuela verso Cuba, la situazione nell’isola è precipitata. I blackout sono diventati la quotidianità, i mezzi pubblici non hanno il carburante per garantire i servizi, scuole e uffici funzionano con orari ridotti. «Siamo esausti ma dobbiamo andare avanti perché non abbiamo altra scelta» dice Fernández. I pannelli solari sono una via per provare a procurarsi la corrente che il sistema energetico, senza il petrolio dall’estero, non è più in grado di garantire. «La domanda di pannelli sta raddoppiando e tutti vogliono che siano installati subito. È complicato. È aumentato anche il numero di aziende che si occupano dell’assemblaggio e della vendita, c’è una certa concorrenza» specifica Fernández. I kit più piccoli si acquistano a partire dai 1.800 dollari. È un prezzo molto alto, considerando che lo stipendio medio cubano varia dall’equivalente dei 7 ai 30 dollari mensili. La spesa è sostenibile solo per chi ha una propria attività, come un negozio, o per chi riceve denaro dall’estero. 
Mentre i cittadini cercano di trovare soluzioni individuali a un problema collettivo, i pannelli solari sono protagonisti di un processo ben più ampio sull’isola. Per rendersene conto si può prendere come esempio il “Parque solar Luaces”: si trova in una zona di campagna, vicino a Camagüey, una città nella parte centro-orientale dell’isola. Inaugurato a febbraio del 2025, il sito conta 1.638 pannelli solari. La loro installazione è stata possibile grazie agli investimenti di un Paese che ha interesse a mantenere i rapporti l’isola: la Cina. «Porteremo sempre aiuto e supporto a Cuba, al massimo delle nostre possibilità», ha detto a inizio febbraio il ministro degli Esteri di Pechino Lin Jian. La posta in gioco è soprattutto strategica: aiutare l’Avana a mantenersi autonoma fa sì che Pechino conservi un alleato a due passi dagli Stati Uniti, e in un luogo di potenziale collegamento logistico con il resto del centro e sud America. I pannelli cinesi arrivano a volte come donazione, altre in cambio di un materiale, il nichel, di cui l’isola è ricca. Nel 2024 i due Paesi hanno stipulato un accordo per la costruzione di 7 nuovi parchi solari. Il governo cubano vuole arrivare a 92 entro il 2028, a fronte dei 35 attualmente presenti. Ma l’investimento sull’energia solare non serve solo a provare a garantire un’autonomia all’isola. Corrisponde anche a un impegno che il governo si è preso nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e degli Accordi di Parigi. Entro il 2035, Cuba dovrebbe implementare la produzione di energia rinnovabile (soprattutto solare ed eolica) sino a coprire il 26% del fabbisogno energetico totale. L’impegno arriva da un territorio che è anche considerato tra i più vulnerabili agli effetti della crisi climatica: secondo gli studi dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, in questi anni le tempeste sono diventate più intense, le inondazioni più frequenti e le temperature più basse in modo inusuale. Anche in questo senso, è significativo che a Cuba arrivino investimenti dalla Cina: Pechino rimane il primo Paese al mondo per emissioni di gas serra, ma sta lavorando per sostenere la transizione energetica di altri Paesi, un’azione che alcuni considerano parte di una più ampia strategia di diplomazia climatica. 
Pensare che i pannelli solari siano la soluzione per Cuba è sicuramente riduttivo. I limiti sono diversi: per garantire energia quando il sole non c’è, ad esempio, servirebbero sistemi di accumulo; sarebbe necessario rinnovare la rete che garantisce il trasporto dell’energia; migliorare il sistema implica alti costi che lo Stato, da solo, non è in grado di sostenere. Eppure, molti cittadini vedono l’energia rinnovabile come una via per la propria sopravvivenza, almeno nel breve termine. A inizio febbraio, Pedro Fernández ha installato 12 pannelli solari sul tetto di una mensa dedicata alla preparazione di pasti per persone che vivono una situazione di fragilità. Per poterli acquistare, Gertrudis Abreu, una delle suore che gestiscono lo spazio, ha attivato una raccolta fondi. Settemila dollari sono stati raccolti. 
Un pannello solare viene trasportato per le strade de l'Avana, a Cuba, a metà febbraio. REUTERS/Norlys Perez
Un pannello solare viene trasportato per le strade de l'Avana, a Cuba, a metà febbraio. REUTERS/Norlys Perez

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