Dialogo, confronto, no alle parole d’odio: così ciascuno può difendere la democrazia

La “carta” di Fondazione Gariwo per ricostruire la fiducia partendo dagli atti concreti di ogni cittadino che voglia essere messaggero di non violenza
February 26, 2026
Dialogo, confronto, no alle parole d’odio: così ciascuno può difendere la democrazia
Gabriele Nissim a una celebrazione della Giornata dei Giusti nel Giardino dei Giusti a Milano / ANSA/Mourad Balti Touati
La Carta della Democrazia, di cui pubblichiamo il testo, è il documento che guiderà tutte le celebrazioni per la Giornata dei Giusti dell’Umanità, che coinvolgeranno i circa 300 Giardini dei Giusti sparsi in tutto il mondo. Le celebrazioni iniziano idealmente il 6 marzo alla Camera dei Deputati e hanno come fulcro la cerimonia al Giardino dei Giusti di Milano dell’11 marzo, in cui verranno onorati Piero Calamandrei, Martin Luther King, Vivian Silver, Reem Al-Hajajreh e Aleksandra Skochilenko.
Il potere democratico dei senza potere
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la caduta del Muro di Berlino sta accadendo nel mondo qualche cosa di inaspettato per chi ha creduto che i valori della democrazia, del dialogo, della pace e della nonviolenza fossero qualche cosa di garantito su cui si poteva costruire il futuro. Invece, le nuove immagini delle autocrazie del XXI secolo, che perseguitano e mettono a tacere ogni voce differente, così come il clima di odio e di contrapposizione che si percepisce sulla scena pubblica, ci fanno capire come si sta perdendo il gusto e il richiamo ai fondamenti della democrazia.
La democrazia è in pericolo quando si attacca la libertà di stampa, si limitano i diritti individuali e di genere, si mettono in discussione la separazione dei poteri e gli organi indipendenti di autocorrezione; a maggiore ragione oggi dove la manipolazione dell’intelligenza artificiale potrebbe condizionare la nostra libertà personale.
L’anelito alla giustizia, all’uguaglianza, all’emancipazione femminile e di genere si erode quando viene meno un sistema plurale e democratico, perché la democrazia politica è il contesto migliore per un processo senza fine dell’emancipazione sociale e individuale.
Cosa può fare dunque la persona comune per arrestare questa deriva, che purtroppo non viene sufficientemente compresa e ci costringe a vivere in un clima sempre più ostile, fino a quasi abituarci a diventare sudditi servili e impotenti?
Può sembrare che tutto dipenda dai governanti ma invece ognuno di noi, nella sua quotidianità, ha come in altre occasioni storiche la possibilità non solo di fare da argine alla violenza delle parole e delle altre contrapposizioni frontali, ma di diventare costruttore di un nuovo inizio.
È il potere democratico dei “senza potere” che vorremmo proporre dai Giardini dei Giusti alla società intera, dove il cittadino con i suoi comportamenti virtuosi può rivitalizzare le istituzioni politiche e creare nella società una empatia per chi in Paesi dittatoriali rischia la vita per i diritti e la democrazia.
La democrazia, come scrisse John Dewey, prima ancora di essere una forma di governo è uno stile di vita, una forma di pensiero che può determinare i comportamenti delle persone, aprendole al dialogo e all’accoglimento del diverso. È, dunque, anche una questione etica nelle relazioni tra gli esseri umani.
Ritrovare il gusto del dialogo e dell’ascolto
La prima nostra responsabilità è ritrovare il gusto del dialogo e della conversazione, anche con persone che la pensano diversamente da noi, riconoscendo non solo la nostra parzialità, ma con la consapevolezza che il nostro pensiero si arricchisce sempre nelle relazioni con gli altri.
Si è persa la propensione all’ascolto dell’altro, come se ognuno fosse portatore di una verità assoluta e definitiva ed è spesso difficile sentire una persona ammettere di avere cambiato idea in una relazione pubblica o in una discussione sui social. Troppo spesso, in un dibattito, lo scopo principale è quello di affermare sé stessi e non quello di cercare con umiltà un orizzonte comune. Questa degenerazione ha inquinato profondamente la vita pubblica, dove i gruppi politici si affrontano come nemici in un campo di battaglia in cui un partito deve sconfiggere l’altro e si presenta come portatore del Bene assoluto in contrapposizione al Male rappresentato dal partito avversario. Nelle assemblee elettive difficilmente si vede un politico o una forza politica sostenere di avere modificato le proprie posizioni e per ogni cosa che non è andata bene in passato, la responsabilità è sempre dell’avversario.
Sta, purtroppo, nascendo l’idea che chi governa debba affermare unicamente la propria posizione e non, invece, rappresentare la moltitudine delle opinioni e degli interessi. Da qui nasce il pericolo maggiore per il futuro della democrazia, che si può trasformare, così, in una dittatura della maggioranza o in una democrazia illiberale. Questa deriva se non viene fermata porta alla nascita delle autocrazie e alla messa in discussione della ricchezza del pluralismo. 
I nuovi “tiranni” possono nascere anche a casa nostra dalla moltiplicazione dell’odio e dalle contrapposizioni esasperate.
Per questo, nel tempo di oggi, essere democratici significa salvaguardare con i propri comportamenti la pluralità umana, che invece gli autocrati e i populisti cercano di eliminare. Anche le piccole azioni che il singolo può fare per imprimere un indirizzo diverso. 
Riscoprire la forza dell’agire comune
Tante volte, nella storia, anche nei momenti più bui, persone di diverse opinioni si sono ritrovate assieme per cambiare il corso degli eventi. È accaduto nel confino di Ventotene, quando alcuni intellettuali resistenti stesero il Manifesto che formulò l’idea di un’Europa unita; è accaduto dopo la caduta del fascismo, quando esponenti di partiti con ideologie diverse, persino contrapposte, scrissero la Costituzione italiana che unì un Paese intero; è accaduto durante gli anni del potere comunista a Praga, quando personalità con differenti visioni diedero vita a Charta 77, il gruppo che creò le premesse della Rivoluzione di Velluto del 1989; è accaduto negli Stati Uniti, quando nacque il movimento di nonviolenza di Martin Luther King contro la segregazione razziale.
E anche oggi, se nel nostro piccolo saremo capaci di costruire delle esperienze comuni con persone diverse, potremmo rivitalizzare la democrazia e ricreare dal basso modalità nuove di partecipazione che possono diventare così esempi virtuosi per tutta la società.
Per questo, bisogna ritrovare il piacere di agire in un ambito comune, in quello che Hannah Arendt, dal latino “infra” (ciò che sta in mezzo), definisce come lo spazio intermedio che ci mette in relazione gli uni con gli altri, dove gli individui si riuniscono, discutono e creano azioni comuni. È come se ci sedessimo attorno ad un tavolo per una cena dove ognuno ha il suo posto, ma allo stesso tempo creiamo un rapporto con gli altri commensali che ci fa sentire parte di una comunità. Questo spazio lo possiamo ricostruire in ogni luogo della nostra vita: nelle aziende, nelle scuole, nei quartieri, nelle stesse istituzioni, se ci abituiamo ad ascoltare senza pregiudizi il prossimo e a ricercare il bene e il vero assieme agli altri. Da queste esperienze, non importa se grandi o piccole, nasce il piacere dell’agire comune e si creano possibilità nuove che il singolo, da solo, non potrebbe mai ottenere. 
Sono questi i veri miracoli della democrazia, quando i cittadini diventano consapevoli che la democrazia e il pluralismo vivono, non solo al momento del voto e nella delega ai propri rappresentanti eletti, ma ogni volta che i cittadini si assumono individualmente e collettivamente una responsabilità comune. È questa l’idea di una partecipazione che non si manifesta soltanto nel momento del dissenso, ma anche nella costruzione positiva di percorsi comuni per il migliore governo del Paese.
Come spiegò nel discorso ai giovani nel 1955 Piero Calamandrei, anche la migliore democrazia, come è stata sancita dalla lungimiranza dei nostri costituenti, muore se viene a mancare la partecipazione attiva dei cittadini. La maturità di una democrazia si misura dal coinvolgimento della società civile, dal condominio, al quartiere, al proprio comune fino alle massime istituzioni. Questo significa essere al servizio del Paese in ogni luogo. Ognuno di noi è il guardiano della pluralità democratica se è capace di mantenerla nel rapporto con gli altri. Quando si delega totalmente la responsabilità della gestione di un Paese ai soli eletti della democrazia rappresentativa, si creano una apatia e un distacco dalle istituzioni e persino un meccanismo di servitù volontaria nei confronti di chi governa, che può diventare molto pericoloso se il potere politico degenera.
Lo spiegò molto bene John Fitzgerald Kennedy il 20 gennaio 1961 al momento del suo insediamento come Presidente: “Non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo Paese”.
Essere un argine all’odio in ogni luogo
Una volta odiare era considerato un sentimento che provocava inquietudine morale da cui prendere le distanze. Oggi, al contrario, il disprezzo dell’altro con parole malvagie è diventato una consuetudine per attaccare chi la pensa diversamente, o chi si considera un ostacolo per il proprio successo. Non si discute o si dissente più dall’altro, ma pubblicamente si disprezza e si attacca in modo personale chi ha un'idea diversa. Il presidente americano Trump, nel corso dei funerali dell’attivista politico Charlie Kirk, ha dichiarato che è lecito odiare coloro che la pensano diversamente dalla sua amministrazione. E poi, successivamente, qualcuno ha celebrato sui social la morte dell’influencer, perché non era d’accordo con le sue idee. 
In questo circolo vizioso diventa legittimo infangare pubblicamente la dignità altrui e considerare gli avversari politici, non più parte attiva della vita democratica, ma nemici da abbattere con mezzi sempre più illeciti. 
Ogni cittadino ha la possibilità di contrastare questo odio, se lui stesso nella sua vita pubblica e privata è capace di controllarsi e di manifestare sentimenti di rispetto. Aprirsi agli altri e sentirsi parte di un destino comune con un sentimento di empatia è la condizione per sottrarsi all’odio e all’invidia e provare invece il piacere di vivere la prossimità dell’altro. 
Bisogna avere la consapevolezza che la democrazia finisce quando una società è in preda a odi contrapposti. Gli autocrati che fanno dell’odio la forma di governo fino alle dittature non nascono dal nulla. Ecco perché, imparando a non odiare, impediremo loro di andare al potere e saremo in grado di fare da argine alle loro manipolazioni. Se, invece, combattiamo l’odio con l’odio, apriremo loro la strada e diventeremo anche noi parte del loro progetto. I tiranni del nostro tempo hanno bisogno di odiatori al loro servizio, ma anche di odiatori apparentemente all’opposizione, pronti a sostituirli.
Come scrisse Etty Hillesum prima di venire deportata ad Auschwitz, l’odio è una malattia che deturpa la nostra anima e “ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale”. Proprio per questo, persino nella resistenza di fronte ad un male estremo come il nazismo, sosteneva che bisognava avere la forza di non odiare se non si voleva assomigliare ai peggiori carnefici.
È nostro compito, come scriveva Karl Popper, non sottovalutare i nemici dichiarati della democrazia, essere in grado di allertare l’opinione pubblica di fronte ai loro disegni, insegnare alla società come difendersi da loro, ma ricordarsi sempre che non si combatte il pericolo di una “dittatura” di qualsiasi tipo o gradazione con l’idea di una “dittatura” alternativa. Nel 1959, lo scrittore russo Vasilij Grossman raccontava in “Vita e destino” il dialogo in una prigione tra un ufficiale nazista e un prigioniero bolscevico e sosteneva che chi combatteva un sistema ne voleva poi instaurare uno simile. Il primo proponeva di costruire “l’uomo nuovo” con l’eliminazione degli ebrei nei campi di concentramento, il secondo, invece, voleva eliminare la pluralità umana attraverso i gulag.
Fortunatamente, non viviamo quei tempi terribili, ma il monito di Grossman ha un valore universale, perché la democrazia, anche oggi di fronte agli autocrati, si difende sempre in nome della pluralità umana.
Sta a noi cogliere in anticipo il significato delle parole di quei politici che, sulla scena pubblica, si esprimono con proposte di odio; perché nella storia ogni dittatura, ogni crimine contro l’umanità, ogni genocidio, non è mai nato da un giorno all’altro, ma è stato preparato prima con le dichiarazioni di intenti, e solo in seguito con i conseguenti atti politici.
Abbiamo, quindi, tutti la possibilità di immaginare come certi discorsi possono essere la prima stazione di un viaggio pericoloso, che se non viene fermato con la nostra resistenza morale, ci può portare a perdere la nostra libertà.
Avere un controllo sulle proprie parole
Nel tempo di oggi le parole non si perdono e si esauriscono tra le mura di casa e nelle discussioni anonime nei bar, ma con i social si amplificano e durano nella memoria del tempo. Chi esprime una frase sbagliata, o lancia un insulto su Facebook, ha la possibilità di condizionare milioni di persone.
Per questo, nella comunicazione virtuale, è importante autoimporsi un galateo etico, che dovrebbe prevedere l’umiltà di ricercare la verità, di citare le fonti, di evitare che una affermazione affrettata possa ferire una persona.
Dobbiamo sempre ricordare il comandamento biblico “non mentire”, perché una parola deve sempre sforzarsi di rispecchiare la realtà e ogni informazione falsa fatta circolare, anche se in buona fede, inquina la vita democratica del nostro Paese.
Essere responsabili delle nostre parole significa mostrare il nostro anelito alla ricerca della verità, senza pregiudizi; significa tendere al vero attraverso la pluralità delle interpretazioni, ma significa anche propendere al dialogo con l’altro, immaginando sempre che anche una persona che sbaglia, può essere recuperata e che tutti noi che possiamo esser pronti a cambiare idea.
Dobbiamo essere consapevoli che “vivere la verità” dal basso, come insegnava Havel, (era questo slogan di Charta 77 che portò alla fine della dittatura a Praga) è l’arma migliore che ognuno di noi possiede per contrapporsi a quei governanti che usano il potere delle parole false e malate per stravolgere la realtà e per accrescere il loro comando personale sulla società.
Se tutti mentono per abitudine, o si adeguano alle falsità, come ricordava il protagonista della Rivoluzione di Velluto a Praga, non si può arrestare il meccanismo della menzogna.
Dunque, ognuno di noi, nell’esercizio consapevole della difesa quotidiana di uno spazio comune di verità aperto al dialogo, ha la possibilità, anche nel tempo di oggi, di rendere evidenti le azioni di coloro che al potere mettono in discussione il vero e cercano di minare il pluralismo delle opinioni, per imporre anche con la coercizione le loro idee.
Possiamo, così, rendere nudo quel nuovo re che ci racconta che i cambiamenti climatici sono una invenzione, che il paese aggredito è un aggressore, che uno sterminio è solo propaganda politica, che un attacco ad un parlamento è legittimo, che dobbiamo difenderci dall’invasione dei migranti, che l’identità di genere è solo binaria, che il pluralismo politico è un intoppo.
Essere custodi dell’etica della nonviolenza e messaggeri di pace 
Una delle grandi conquiste della democrazia è stata quella di avere creato istituzioni nazionali e sovranazionali che trasformassero le contrapposizioni in dialogo politico, sociale e culturale. È stato questo l’intento delle Nazioni Unite, che sono nate per affermare il diritto internazionale e istituire luoghi di discussione per trovare soluzioni condivise ai conflitti.
Oggi, questi organi non solo si dimostrano impotenti nelle crisi internazionali, ma sono messi in discussione da coloro che ritengono debba prevalere la legge del più forte e che considerano che la mediazione politica sia un intoppo per la propria egemonia.
Così, non solo abbiamo assistito a guerre, alla messa in discussione della sovranità degli Stati, a nuovi stermini, ma l’idea stessa della guerra e della violenza è diventata attrattiva, sia come affermazione di un potere sull’altro paese, sia come una strada legittima per risolvere i conflitti e le ingiustizie.
Questa deriva sta cominciando ad inquinare anche il dibattito democratico. Non solo c’è una assuefazione all’idea della guerra, considerata inevitabile, ma il richiamo alla violenza lo vediamo nelle parole aggressive che girano sui social e nei cortei, che trasformano l’indignazione in scontri di piazza e in una resa dei conti contro il nemico. 
Ognuno di noi ha la possibilità di arrestare il nuovo pericoloso fascino della violenza. Lo può fare con piccole azioni quotidiane impedendo parole e atti violenti nei cortei; sforzandosi di discutere senza distruggere l’altro e trasformarlo in un nemico; mostrando la propria indignazione quando nelle trasmissioni televisive o nelle aule parlamentari i politici insultano gli avversari come fosse in battaglia contro i loro avversari; prendendo con coraggio le parti di una donna molestata o di chi subisce bullismo; facendo sentire la propria vicinanza ad una persona presa di mira, e abituandoci a chiedere scusa per una offesa ingiusta.
Ma ognuno di noi, anche nel suo piccolo, può prendersi una responsabilità nei confronti del mondo diventando un moltiplicatore di pace e un partigiano del dialogo e della nonviolenza.
Si può, per esempio, sostenere quei palestinesi e israeliani che, nel conflitto del Medio Oriente, cercano il dialogo e la condivisione; i russi e gli ucraini che cercano di costruire, nonostante la guerra, nuove relazioni; le associazioni di pace che operano in aree di conflitto, costruendo scuole, ospedali, corridoi umanitari; i giornalisti indipendenti che a loro rischio ci informano sui conflitti, i medici che salvano vite negli scenari di guerra.
Ricreare lo spazio comune della pluralità umana
Dobbiamo dare forza a tutti coloro che, nel mondo, in nome della nonviolenza e della sacralità della vita umana, si sentono messaggeri dello spirito della Convenzione di Raphael Lemkin del 1948, sulla prevenzione dei genocidi. Perché la storia ha insegnato che la stazione finale dell’odio e della disumanizzazione delle persone è la situazione estrema di un genocidio, che non giunge mai all’improvviso, ma arriva passo dopo passo, proprio quando le parole violente e malate contagiano le persone.
Oggi, possiamo ricostruire dal basso lo spirito delle Nazioni Unite non solo se supportiamo questa organizzazione attualmente sotto attacco, ma anche se noi stessi diventiamo il tramite per far conoscere tutte le donne e gli uomini di buona volontà che operano per il dialogo e se a nostra volta diventiamo parte di questo movimento. Così facendo, possiamo essere gli ispiratori delle Nazioni Unite del nuovo millennio. 
Non dobbiamo più sentirci come una parte che afferma sé stessa come identità etnica, nazionale, religiosa, politica, in contrapposizione negativa agli altri, ma come parte del mondo e dell’intera umanità. Ecco perché dobbiamo rivitalizzare gli ambiti politici e sovranazionali; quelli che ricompongono le relazioni tra le nazioni e che ci permettono di comprendere che il pianeta terra è la nostra casa comune e di cui tutti noi dobbiamo prenderci cura.
Ci deve guidare il principio fondativo della nonviolenza e del dialogo, così come ben indicato da Hannah Arendt: “Non l’uomo, ma gli uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra”.
Senza un dialogo ininterrotto con noi stessi e con gli altri, come sosteneva Socrate, non si può comprendere la forza che ci dà la pluralità umana e ci offre così la possibilità di superare la nostra fragilità che in modo presuntuoso pensiamo di risolvere da soli.
Può sembrare paradossale, ma solo attraverso un lavoro interiore nell’intimità della coscienza, che ci fa riscoprire la dimensione morale, come aveva intuito Immanuel Kant, possiamo uscire dal nostro piccolo ego, ritrovare il gusto del dialogo con gli altri, la nostra appartenenza all’intera umanità, fino a volare nel cielo stellato.
 Presidente di Fondazione Gariwo

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