In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» .
Il dialogo tra Gesù e Nicodemo avviene di notte: sono parole sussurrate, dette sottovoce, rivolte a chi non ha certezze, ma solo domande brucianti, che valgono il peso di tutta una vita. Li vedo quasi, Gesù e Nicodemo, a parlare fitto, piano per non svegliare gli altri, protesi l’uno verso l’altro come si fa quando si ama, quasi a scambiarsi parole d’amore. E lancia, Gesù, negli occhi assetati di Nicodemo, i messaggi di un Dio innamorato, di un Dio che non se ne sta lì a condannare, a pesare gli errori e le colpe, ma a sostenere, a rialzare, a salvare. Perché ama tutto il possibile, Lui, il filo d’erba e la goccia d’acqua, il cucciolo d’animale e l’albero maestoso, l’aria sottile e il colore del fiore: ama il mondo, questo mondo che è anche stravolto, sfregiato, a volte ottuso come i figli che lo abitano. E amarlo non vuol dire condannarlo o giudicarlo senza appello, ma salvarlo sempre e comunque, come farebbe una mamma con un figlio scavezzacollo, come fa quel padre con quel figlio troppo allegro e sicuro di sé. Non ama perdere Dio. Che si tratti di pecore, monete, figli, Lui non si rassegna: troppo grande la vita, troppo infinita per lasciare indietro, dimenticare, far scivolare via. Non ama gli sprechi questo Dio, tutto è prezioso, tutto rientra nel flusso ininterrotto d’amore. E conosce bene anche la nostra paura più profonda, quella di scomparire senza lasciare traccia, di essere inghiottiti dal nulla, di non avere più senso, né valore, né memoria. Quella disperante sensazione che tutto è finito davvero e per sempre, che nulla resta. Lo diciamo quando finisce un amore, o non riusciamo a cogliere un’occasione; lo diciamo anche quando muore chi amiamo: «Ho perso mia madre, mio figlio, un amico…» Come se fosse possibile. Oggi invece Gesù ci promette una vita che non si perde: una vita custodita, raccolta, salvata. È come se ci dicesse: « Sì, incontrerai la morte, ma non ti porterà via, non ti "cancellerà", non ti perderai, nulla di te andrà perduto». Perché il Suo è un amore che non lascia cadere nulla, dove anche ciò che sembra finito non è buttato via. È la promessa più grande, quella di oggi, è la promessa che ribalta le nostre attese: non «non morirai», ma «non sarai perduto: ti tengo io, ti amo io. Per sempre». Perché a Lui non piace proprio perdere. (Letture: Esodo 34,4b-6.8-9; Daniele 3,52-56; Seconda Lettera ai Corinzi 13,11-13; Giovanni 3,16-18)
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