Abbiamo paura di considerare il caldo un tema politico
Il caldo estremo non è più emergenza inattesa ma normalità: sappiamo adattarci, ma non cambiare il modello che lo produce.

Se Marcovaldo fosse stato scritto oggi, probabilmente non vagherebbe più a piedi nella città agostana deserta ma si aggirerebbe chiuso in auto con l’aria condizionata accesa e il termometro esterno che lampeggia sui 41 gradi. Del resto, Marcovaldo è stato pubblicato nel 1963, oggi avrebbe più di sessant’anni e si appresterebbe a entrare nella categoria di quei corpi infragiliti dalle temperature calde.
Anche quest’anno la prima ondata di calore è arrivata “inaspettata”, cioè puntuale. Ogni anno fa caldo prima, in questi giorni le temperature superano di 8 gradi la media stagionale. Lo stupore collettivo si ripete con la regolarità di un rito stagionale: poi, se ce lo possiamo permettere, compriamo un condizionatore più potente e ci mettiamo una pezza, sopravviviamo ancora un po’.
L’antropologia, però, racconta di società meno smemorate. Le comunità animali umane (e non) hanno sviluppato diverse tecniche per sopravvivere al caldo: i Tuareg del Sahara indossano abiti lunghi, larghi e pesanti così che gli strati di tessuto isolino il corpo e rallentino la disidratazione. Nei centri storici del Mediterraneo e del Medio Oriente i vicoli stretti non erano un errore urbanistico da correggere per il passaggio di auto sempre più grosse, ma una tecnologia climatica: ombra continua, aria che circola, muri spessi, cortili interni, fontane. I riad marocchini creano microclimi da quando la parola “microclima” ancora non esisteva.
Anche molte pratiche culturali apparentemente lontane dal clima nascondevano forme di adattamento ecologico. In diverse tradizioni asiatiche l’uso abbondante di spezie favorisce la sudorazione e quindi la termoregolazione. Nel folklore mediterraneo e mediorientale le ore della controra erano popolate da spiriti e demoni: servivano a spaventare bambini e lavoratori e a impedire che qualcuno uscisse sotto il sole delle due del pomeriggio. Un dispositivo sanitario ante litteram, più efficace di molti avvisi ministeriali o consigli dei tg.
Perfino alcuni tabù alimentari possono essere letti così. L’antropologo Marvin Harris spiegava che il divieto religioso della carne di maiale nelle società del Vicino Oriente aveva anche motivazioni ecologiche: allevare maiali in climi aridi richiede acqua e ombra preziose, mentre la carne si deteriora rapidamente con il caldo. In assenza di frigoriferi, la religione funzionava anche come prevenzione sanitaria.
Insomma, l’animale umano ha sempre saputo che quando il clima cambia bisogna cambiare comportamenti, ritmi, architetture, abitudini alimentari, organizzazione del lavoro. Il paradosso è tutto qui. Le strategie di adattamento non mancano: tetti verdi, alberi urbani, scuole ombreggiate, città meno asfaltate. Quello che manca è la volontà di intervenire sulle cause e tutelare i più fragili trattando la questione come un’emergenza sanitaria. Continuiamo a parlare di surriscaldamento senza investire in alternative al modello fossile che la produce, come se avessimo a che fare con un fenomeno atmosferico indipendente.
Nel frattempo, cresce la cooling poverty: il raffrescamento non è più un lusso ma una condizione di sopravvivenza, eppure molte scuole, case popolari e luoghi di lavoro ne sono privi. Così l’aria condizionata diventa insieme cura e sintomo: più ne usiamo, più consumiamo energia; più consumiamo energia fossile, più il pianeta si scalda; più il pianeta si scalda, più abbiamo bisogno di aria condizionata. Mettiamo alberi sui nostri grattacieli che poggiano sul cemento, invece di togliere il cemento per far respirare il suolo. Caro Marcovaldo, non esistono più gli agosto di una volta.
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