La paura che ci portiamo addosso di diventare matti
Perdita di controllo, imprevedibilità, senso di impotenza e paura di finire dentro quel dolore: nell'anniversario della legge Basaglia

Nel 1968 Sergio Zavoli va a Gorizia per raccontare l’esperimento che il direttore Franco Basaglia sta portando avanti dentro il manicomio della città. Dieci anni dopo quell’esperimento darà origine alla Legge 180, la prima legge al mondo che ha chiuso i manicomi e avviato la visione della società come comunità terapeutica. Era il 13 maggio 1978.
“I malati di mente li troviamo sempre in fondo a un viale alberato di periferia, forse perché la loro immagine non turbi la nostra esistenza”. Così esordisce Sergio Zavoli e, alla fine di quel viale alberato, incontra Franco Basaglia che gli racconta i motivi delle sue scelte terapeutiche: “Sono convinto che nessuna terapia di nessun genere, psicologica o biologica, possa dare un giovamento a queste persone che sono costrette in una situazione di cattività e di sudditanza da chi le deve curare”.
Zavoli continua la sua esplorazione e descrive i manicomi come “bacini di scarico della società dei sani”. Poi incontra quelli che chiama “i malati” e ne intervista alcuni. Questo è un frammento del dialogo con la signora Carla:
— Lei ha mai conosciuto gli ospedali chiusi?
— Sì.
— E che esperienza ha fatto?
— Mi hanno legato, mi hanno picchiato, mi volevano fare l’elettroshock e io avevo una terribile paura, avevo avuto una delusione amorosa. Ecco perché ero qui in quegli anni.
— Poi un giorno questo ospedale è stato aperto. Cosa è cambiato?
— Tutto.
— Adesso, di tanto in tanto, in questo ospedale si canta, vero?
— Sì, si canta, si balla, si fanno delle feste.
— E voi vi sentite più uomini?
— Certamente, ci sentiamo ognuno nel nostro essere.
— Signora Carla, perché la gente ha paura di voi?
— Non lo so, perché è più scema di noi, è più indietro di noi. Se hanno paura di noi sono più pazzi di noi. Perché cosa facciamo noi? Non l’ho mica mai presa per il collo, signor Zavoli. Le ho chiesto gentilmente una sigaretta e, se andiamo al bar, le chiedo anche un caffè perché non ho ancora ricevuto il mio stipendio di 1300 lire per settimana.
Far lavorare le persone, creare le condizioni per l’autonomia economica: anche questo è parte della rivoluzione basagliana. La signora Carla aveva cominciato a fare la segretaria.
Da Franco Basaglia in poi, il cammino per includere e non escludere la sofferenza psichica è ancora incompiuto. Lo è nei servizi, nel supporto a chi cura per professione o per legame, ma soprattutto nella paura che abbiamo dei matti. Una paura che forse è legata alla perdita di controllo, all’imprevedibilità, al senso di impotenza e alla paura di finire dentro quel dolore.
Ho chiesto perché abbiamo paura di essere matti a un grande conoscitore di questa storia rivoluzionaria, Massimo Cirri — psicologo e conduttore radiofonico. Cirri ha divulgato la rivoluzione di Franco Basaglia raccontandola in puntate radiofoniche, spettacoli teatrali, articoli, ma soprattutto usando la radio per mettere in pratica l’idea basagliana di una comunicazione paritaria, senza abusi di potere, in cui ci sia spazio per dire e dirsi.
“Abbiamo paura di essere matti perché abbiamo sempre avuto paura di essere matti. È una visione del mondo che si auto ripete. Noi occidentali abbiamo molta paura di perderci: perdere l’identità, perdere la ragione. I matti, fino a quarant’anni fa, li abbiamo messi in manicomio. Non conviene dire di esser matti. A me è capitato una volta: è durato pochi minuti, per fortuna, ma è stato un momento di angoscia grandissima”.
(Il racconto di Massimo Cirri su Basaglia lo trovate in libreria, in rete, alla radio: vale sempre la pena esplorarlo.) È capitato anche a me. Ricordo che guardavo il Lungarno a Pisa e mi chiedevo se davvero tutto stesse esistendo sul serio o se non fosse solo una facciata. Per un po’ ho vissuto l’angoscia di non essere tutta intera. Poi è passato, per fortuna.
Nel 1975 Franco Basaglia ottiene dalla compagnia aerea Itavia la possibilità di regalare un volo a un centinaio di “matti”, che oggi sono chiamati utenti dei servizi di salute mentale. Di quel volo esiste un documentario girato da Silvano Agosti, in cui si vedono le immagini di un aereo pieno di matti liberati dal manicomio che prendono il volo. Guardando da lassù Trieste, alcuni per la prima volta su un aereo, forse lo avranno pensato anche loro: da vicino nessuno è normale.
Da vicino nessuno è normale, è il motto di una grande cooperativa milanese, Olinda, che a Milano continua a fare comunità terapeutica.
Buon compleanno Legge 180.
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