La guerra, e la paura di essere deboli

Perché continuiamo a riconoscere come forza solo ciò che impone, domina, vince? Guardiamoci attorno: cambiare postura aiuterebbe, e molto
April 15, 2026
La guerra, e la paura di essere deboli
Galline in un pollaio trentino / foto Zambotti
Ho fotografato queste galline appollaiate in Trentino. Il gallo c’era, ma forse era uscito a comprare le sigarette. Mi sono sempre sembrate simili a certe signore sedute all’aperto d’estate: quando età, caldo e ruoli di genere ti tengono a guardare (e soprattutto a commentare) la vita degli altri. In queste galline ho visto una forma di sorellanza, una comunità di pari con lo sguardo di chi ti osserva passare, di chi alla storia è abituato ad adattarsi più che a deciderne la direzione. E quindi, sarebbe questa la posizione del femminile nella Storia?
Negli ultimi anni, la guerra sembra ancora un affare di uomini: scatenano conflitti, disfano e poi negoziano e, se riescono ad accordarsi, rivendicano i meriti della risoluzione di processi che loro stessi hanno generato. Poi, dopo qualche decennio, il ciclo riparte. Zuffa, disastro, riconciliazione, autocelebrazione e attesa della prossima fiammata.
Negli ultimi anni non abbiamo visto donne presenti ai tavoli dove si decide la guerra: ci fossero loro, cambierebbe qualcosa? Avvenire se lo e' chiesto, lanciando qualche anno fa una campagna proprio per la sensibilizzazione sul tema. Ma torniamo ai fatti: cambierà qualcosa nell’esercito israeliano che da luglio avrà per la prima volta una guida femminile, la tenente Susan Coyle?
Come ha mostrato l’antropologa Gayle Rubin, il genere non è ciò che uomini e donne “sono”, ma un insieme di regole che organizza chi può fare cosa, chi può apparire dove, chi può esercitare potere. Non è una questione di natura, ma di possibilità: ruoli di lavoro, posizioni sociali, posture, abitudini alimentari, agonismo; lo spazio di manovra è una geografia disegnata dalla storia sociale in cui cresci. In questo senso, anche la violenza — compresa quella bellica — non è prerogativa di un presunto istinto maschile.
L’antropologa argentina Rita Laura Segato lo chiama una “pedagogia della crudeltà”: un sistema che insegna a leggere il mondo attraverso gerarchie di dominio, rendendo la violenza comprensibile, quasi necessaria.
Dentro questa cornice, anche eventi che sembrano segnare una svolta — come la nomina di una donna alla guida di un esercito —aprono una crepa e spostano simboli, ridisegnano accessi, ma non cambiano, da soli, la struttura. Perché la questione non è semplicemente chi occupa quelle posizioni, ma con quale compito.
Soffermiamoci a osservare le galline e il loro sguardo piatto, privo di malizia, arroganza ed egoismo. La gallina sembra vedere senza guardare, tollera le altre accanto senza sottolineature. Stanno lì, insieme, osservano. Non decidono la direzione della storia, ma ne registrano i movimenti. La domanda, alla fine, non è se esista una guerra “al maschile” o “al femminile”. È perché continuiamo a riconoscere come forza solo ciò che impone, domina, vince. Impariamo dalla gallina un’altra postura, una in cui guardare, resistere, sottrarsi non significhi essere deboli uomini e deboli donne.
 
Bibliografia essenziale
- Segato, Rita Laura (2016), La guerra contra las mujeres, Traficantes de Sueños.
- Héritier, Françoise (1996), Masculin / Féminin. La pensée de la différence, Odile Jacob.
- Segato, Rita Laura (2018–2021), saggi su violenza, potere e ordine simbolico (vari contributi accademici e conferenze).
 

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