La paura di indicare la luna, la voglia di farla nostra

Parte la missione Artemis II: l'uomo torna ad avvicinarsi alla luna, e questa volta con l'ambizione di restarci, di colonizzarla. Ma siamo sicuri che tutto debba essere 'nostro'?
April 1, 2026
La paura di indicare la luna, la voglia di farla nostra
Ultimi preparativi per la missione Artemis 2, al Kennedy Space Center di Titusville in Florida / ANSA
La prima donna si avvicinerà alla luna e con lei anche la prima persona afroamericana. Così leggo nei racconti sulla missione Artemis II, pronta a decollare in verticale verso la Luna nella notte tra il 1° e il 2 aprile. In molti giornali odierni, accanto a questa immagine, appare la foto di un ministro israeliano che festeggia la reintroduzione della pena di morte per impiccagione dei detenuti palestinesi accusati di terrorismo. Come può la stessa umanità progettare due imprese così eticamente lontane?'
Sul mio balcone ci sono molte piante non in formissima, come in tutto attuo la pedagogia della spontaneità, improntata sulla coabitazione più che sull’accudimento. Non ne vado fiera. Forse, alla ricerca di un’autoassoluzione per questa sciatteria botanica, mi torna in mente un film, La zona di interesse, dove la famiglia di un capo delle SS vive al confine di un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Del campo - gli spettatori - sentiranno solo rumori attutiti. Di qua dal muro, la famiglia del gerarca cura il proprio orticello, coltiva fiori colorati e luminosi. Di là dal muro, esseri umani vengono ridotti a cenere. Guardo le piante sul mio balcone, arruffate e disordinate, e penso: con che etica oggi curiamo il nostro orticello? Cerco giustificazioni alla pigrizia.
Sulla luna partiamo per restarci, questa volta, si legge. Partiamo per testare il mezzo, torneremo sbarcando e forse creeremo colonie. Un déjà vu: abbiamo sempre avuto bisogno di colonizzare e, fortunatamente, questa volta non ci sarà nessuno da sterminare. Colonizzare non è solo occupare uno spazio: è trasformarlo in qualcosa che ci somiglia, renderlo leggibile secondo le nostre categorie e così sottrargli la sua alterità. Antropologi come Anna Tsing hanno raccontato come l’espansione umana non avvenga mai nel vuoto, ma dentro paesaggi già vivi e complessi, che vengono progressivamente semplificati per essere sfruttati. Sappiamo investire di attenzione e bellezza ciò che è vicino — il giardino, il balcone, il nostro gruppo, ma ciò che è percepito come altro, lontano fisicamente e culturalmente, può essere ridotto a rumore di fondo. La luna è stata a lungo il luogo del mito e della distanza incolmabile, non era una meta, ma una figura. Indicare la luna significava accettare che restasse altro, che la distanza fosse incolmabile. Oggi, invece, si parla di permanenza, di risorse, di colonie.
Tollerare la diversità significa anche imparare a rispettare l’altro proprio in quanto altro, senza ridurlo a ciò che ci somiglia, non trasformarlo in qualcosa di familiare per poterlo dominare, ma tollerarne la distanza. Perché ogni volta che l’altro viene reso completamente leggibile, completamente disponibile, il passo verso la sua riduzione — e talvolta la sua cancellazione — diventa più breve. Succede nel giardino ordinato accanto al muro, mentre dall’altra parte arrivano rumori che scegliamo di non ascoltare, come ci ricorda La zona di interesse. Succede quando alcune vite vengono nominate solo dentro categorie che le rendono eliminabili, quando la distanza diventa disumanizzazione. Allora forse indicare la luna non è un gesto ingenuo, ma un esercizio per riconoscere che non tutto deve essere nostro. Che non tutto deve essere portato “di qua”. Che esiste un “di là” che non va colmato, ma custodito.

Bibliografia di riferimento
Tsing, Anna Lowenhaupt. The Mushroom at the End of the World: On the Possibility of Life in Capitalist Ruins. Princeton University Press, 2015.
Mbembe, Achille. Necropolitics. Duke University Press, 2019 [trad. italiana: Necropolitica, Nottetempo, 2013].
Glazer, Jonathan, regista. La zona di interesse. [Film, 2023].

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