Abbiamo sempre avuto paura della tecnologia, e ce l'abbiamo ancora
I timori suscitati dall'intelligenza artificiale, soprattutto in mano ai minori, confermano che con le novità l'uomo ha sempre avuto un rapporto distorto

Nelle ultime settimane le opinioni pubbliche delle società dell’Occidente culturale — se così si può ancora definire — hanno dibattuto sull’opportunità di stabilire un limite di età all’uso dei social network da parte dei giovani. Alcuni stanno andando in questa direzione. Tutto nasce da una paura che proiettiamo sulla tecnologia, che diventa immediatamente dotata di un’intenzionalità da cui proteggere i nostri minori. Lo stesso oggetto, però, quando è in mano nostra (cioè sempre), perde ai nostri occhi gran parte dei suoi elementi paurosi, autorizzandoci a trattarla come una specie di protesi necessaria. Come ci racconta l’antropologia, abbiamo sempre avuto paura della tecnologia. Abbiamo costruito a lungo un mondo ontologico fondato su una separazione netta tra le cose inanimate e noi, il mondo animato. Questa distinzione ha prodotto diffidenza. In passato abbiamo avuto prima paura della fotografia, poi della radio, della televisione, di internet. Oggi ne abbiamo dell’intelligenza artificiale e tantissima delle interazioni dei minori sulle piattaforme social. Eppure, la storia ci insegna che finiamo per utilizzare questi mezzi per finalità piccine picciò: fotografare cibi, dedicare canzoni in radio, fare ciao con la mano alla mamma e urlarci addosso in tv, e alle applicazioni di AI generativa chiediamo principalmente di rivedere le mail. Questi sono gli strumenti che temevamo avrebbero preso il sopravvento.
L’antropologia dei media è quell’ambito di studi che analizza i significati culturali che attribuiamo ai mezzi di comunicazione. È arrivata in Italia negli anni Novanta grazie all’importazione della disciplina dalle accademie anglosassoni. Fino ad allora, l’antropologia accademica italiana era rimasta a lungo ancorata allo studio delle tradizioni popolari, tendendo a escludere le tecnologie della contemporaneità per preservare il premoderno nella sua presunta purezza. Una certa esterofilia — e, più in generale, una dipendenza dal mondo culturale anglosassone — ha però favorito l’introduzione di nuove prospettive di studio, più attente a un approccio culturale alle tecnologie comunicative. Si è così iniziato ad analizzare come le società recepiscono i media, come ne parlano, come li incorporano nelle pratiche quotidiane; quali discorsi — per dirla con Foucault — e quali miti — per dirla con Barthes — si costruiscono attorno a queste tecnologie, emblema per eccellenza del non umano.
In questo percorso, l’antropologo Ugo Fabietti, interprete di una tradizione influenzata dalla filosofia post-strutturalista francese, raccontava a lezione di Antropologia dei Media alcuni aneddoti illuminanti che riporto qui rielaborati dalla memoria, a trent’anni di distanza, scusandomi per eventuali imprecisioni. Il primo riguarda gli Inuit e l’introduzione dei freezer, portati — se ricordo bene — dalla cooperazione allo sviluppo tedesca. Appreso che quei dispositivi servivano a “conservare”, gli Inuit — che avevano bisogno di tutto tranne che di ghiaccio — li utilizzarono per custodire statuette votive, nel tentativo di preservarne il potere energetico. Un altro giorno il professore ci fece ascoltare uno spezzone di un programma di Serena Dandini su Rai 3, in cui Corrado Guzzanti riesce finalmente a collegarsi con un aborigeno dall’altra parte del mondo e, proprio nel momento decisivo di parlargli, si blocca: «Aborigeno, ma noi, adesso che siamo riusciti a collegarci… che cosa ci dobbiamo dire?».
A sette anni, Lidia, dopo una giornata a giocare con la terra, chiede a un genitore di poter digitare un messaggio su WhatsApp indirizzato alla cugina con cui ha passato il pomeriggio: «Ciao, come stanno i vermi?». La risposta arriva poco dopo: «I vermi sono tutti vivi e stanno tutti bene». La liberazione dal nazifascismo, che festeggiamo il 25 aprile, è avvenuta anche grazie al ruolo delle radio libere e clandestine che permettevano la trasmissione di informazioni militari preziose per sorprendere il nemico. Radio Londra parlava così, con l’asciuttezza di due cugine settenni esploratrici. Le relazioni, i contenuti, gli ideali, la visione, la curiosità per ciò che ci circonda: è questo che rende di sana e di robusta costituzione la nostra comunicazione. La tecnologia può aiutarci a liberarci, se abbiamo una visione. E’ la violenza delle relazioni ciò che deve farci paura, non i media. I vermi stanno tutti bene. Buon 25 aprile.
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