La paura è ancora a benzina
Mobilità dolce, rabbia urbana e il nostro habitus energetico

Maschi continuano a fare la guerra per il petrolio. Drill baby drill. Bullismo petrolifero. Dall’altra parte parliamo di mobilità dolce: quella in bicicletta e a piedi, quella che non brucia petrolio ma calorie. Possiamo immaginare che esista una socialità tossica, petrolifera, e una socialità dolce, ciclistica?
Una piccola storia di emotività ed energie. Pedalavo sulla pista ciclabile di Corso Sempione, a Milano. Due chilometri e mezzo sotto i platani, in entrambi i sensi, una corsia per lato. Da poco è stata ribattezzata “ciclabile delle Partigiane”, a memoria del ruolo delle staffette nella liberazione di Milano e dell’Italia dal nazifascismo. La liberazione corre agile in bicicletta.
Corso Sempione è l’inizio della strada per Parigi, come immaginò Napoleone Bonaparte. Vai sempre dritto, ti lasci l’Arco della Pace alle spalle, superi piazza Firenze — un tempo rondò delle carrozze dei nobili — e sei già praticamente sulla rive gauche. A Parigi, proprio in questi giorni, è stata rinnovata la fiducia nel progetto di città femminista ed ecologista promosso dalla sindaca uscente Anne Hidalgo: con il Plan Vélo, la città ha raggiunto quasi 1000 km di piste ciclabili e oggi circa tre residenti su quattro non possiedono un’auto privata. Per festeggiare, il nuovo sindaco Emmanuel Grégoire ha attraversato la città in bicicletta, su un Vélib’, il sistema di sharing pubblico.
«La tua è di là, sciura», mi apostrofa un altro ciclista che arriva in senso opposto. Sto pedalando dalla parte sbagliata. «La tua è di là, sciura!» Eccomi bruscamente rientrata a Milano. E da milanese rispondo: «Sciura lo dici a tua sorella». (Sciura ta sœur, on dirait à Paris.)
È stato un lampo. La frustrazione di essere colta in fallo mentre ero immersa nel personaggio della ciclista virtuosa, portatrice di un’idea di città fatta di cura ambientale e gentilezza reciproca. E invece reagisco inacidita, anche perché quel “sciura” tocca un nervo scoperto: i cinquant’anni che si avvicinano. Sciura tua sorella. Dove sono finiti il femminismo e la dolcezza?
Si chiama mobilità dolce, eppure mi ritrovo a riprodurre la stessa emotività da carburante: la stessa reattività, quasi l’iniezione immediata del motore e della benzina. Le pratiche quotidiane — pedalare, scansarsi, richiamare qualcuno — sono quelle “arti del fare” descritte da Michel de Certeau: tattiche con cui gli individui riabitano e reinterpretano lo spazio pianificato. Io stessa ho preso la ciclabile contromano per fare prima.
L’energia non è solo una risorsa: è una forma di organizzazione del mondo. Secondo Bruno Latour, «non siamo mai stati moderni»: non siamo mai stati separati dalla materia, ma immersi in reti ibride di umani e non umani che co-producono la realtà sociale.
Il petrolio, allora, non è solo ciò che brucia nei motori ma diventa ciò che struttura l’urgenza e la soglia di tolleranza. È ciò che rende l’attesa insopportabile e l’altro un ostacolo. Anche quando il nostro mezzo non utilizza petrolio, resta una rimanenza emotiva: il bullismo del combustibile fossile. Non solo nei conflitti globali o nell’estrattivismo — intrecciato a storie coloniali — ma anche nelle micro-interazioni quotidiane. Un regime energetico che diventa regime sociale.
In queste ore, mentre Giorgia Meloni è in visita in Algeria, e mentre il Qatar è al centro delle dinamiche di approvvigionamento energetico, il think tank ECCO ricorda che basterebbe circa un anno per affrancarsi dalla dipendenza dal gas naturale che importiamo proprio dal paese del Golfo, principalmente investendo in rinnovabili ed efficientamento energetico.
Facciamolo. Non solo per il clima o la geopolitica ma per immaginare altre forme di convivenza. Perché forse — e questa è un’ipotesi antropologica — cambiare regime energetico significa anche trasformare il modo in cui sentiamo, reagiamo e pedaliamo.
Mi scuso, signore. Soprattutto con sua sorella.
Mini bibliografia
Michel de Certeau, The Practice of Everyday Life, University of California Press, 1984
Pierre Bourdieu, Outline of a Theory of Practice, Cambridge University Press, 1977
Bruno Latour, We Have Never Been Modern, Harvard University Press, 1993
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