L'inesorabile ritrosia a chiedere l'aumento

Si avvicina il Primo Maggio, parliamo di lavoro. E della tendenza, antropologicamente dimostrata, a farci dire quanto valiamo da altri: insegnanti, superiori, istituzioni. Così l'aumento finiamo per non chiderlo mai, contribuendo a impoverirci
April 29, 2026
L'inesorabile ritrosia a chiedere l'aumento
Una linea di montaggio di batterie in uno stabilimento cinese / REUTERS
La Festa dei Lavoratori trova noi italiane alle prese con i salari più bassi d’Europa, con un potere d’acquisto inferiore a quello degli anni Novanta, una produttività stagnante, un divario salariale tra uomini e donne di circa il 15%, e un tasso di occupazione femminile che ci colloca ultime in tutta l’Unione Europea: in Italia lavora circa il 53,3% delle donne. A leggere questi dati viene da interrogarsi sulle proprie scelte, sul senso stesso di lavorare in questo paese. Chi se ne intende cita ragioni profonde e strutturali: una burocrazia che frena, un tessuto imprenditoriale fatto più di piccole che di grandi imprese, e molto altro. Quando si parla di determinismo sociale, eccolo qui: ognuna di noi nasce, cresce e si muove dentro traiettorie già in parte tracciate, dentro dinamiche più grandi delle proprie decisioni.
Tuttavia. TUTTAVIA.
Abbassando lo sguardo sulle nostre vite, spesso affannate, possiamo provare a considerare che non siamo del tutto impotenti. Non lo siamo mai. Negli anni Sessanta del Novecento, Augusto Boal ha sperimentato un modello teatrale pensato proprio per reagire alla subalternità degli individui. Ispirandosi alla Pedagogia degli oppressi di Paulo Freire, ha elaborato il Teatro degli Oppressi: un dispositivo che mira a offrire soluzioni a chi è in posizione di svantaggio. L’idea è semplice e radicale: non possiamo controllare gli oppressori, ma possiamo agire. Cercare condizioni migliori è sempre, in qualche misura, alla nostra portata. Una di queste azioni è chiedere un aumento. L’economista Azzurra Rinaldi, nel suo Come chiedere l’aumento. Strategie e pratiche per darti il giusto valore, ricorda che in Italia meno di quattro donne su dieci lo hanno fatto nel corso della loro carriera. Gli uomini sono leggermente più numerosi, ma la ritrosia resta un tratto culturale diffuso. Perché? I blocchi sono molti. Il primo è che non siamo abituate ad autovalutarci. Cresciamo in contesti in cui sono le insegnanti, le responsabili sul lavoro, le istituzioni a dirci quanto valiamo e quale posto occupiamo. Ne deriva una delega implicita: il mio valore è deciso da altre persone. E allora diventa difficile rivendicarne uno maggiore. Si insinua un pensiero quasi automatico: se valessi davvero di più, mi darebbero l’aumento senza che io debba chiederlo. Se non accade, significa che non lo merito.
Eppure, chiedere di valere di più non è solo un gesto individuale. È un passaggio che riguarda la collettività. Può generare risonanza, contribuire a spostare la percezione del lavoro, rimettere le lavoratrici al centro della contrattazione, ridefinire ciò che consideriamo “giusto valore”. Valore e lavoro sono quasi un anagramma. Il denaro non serve solo a pagare: serve a dire quanto vale ciò che facciamo. Marx lo aveva già mostrato: scambiamo lavoro con denaro. Ma, come scrive l’antropologa Viviana Zelizer, «il denaro non è mai soltanto denaro, ma un modo per organizzare i rapporti sociali». Non a caso esistono figure che negoziano al posto nostro: agenti, rappresentanti, mediatrici. Persone che prendono in carico la nostra agency, la nostra capacità di agire. Accade nello spettacolo, nella libera professione, nel mercato immobiliare. Quando si tratta di attribuire valore economico al lavoro, abbiamo bisogno di qualcuno che ci rappresenti. Come se il denaro fosse una materia troppo sensibile per essere maneggiata direttamente. Anche i sindacati, in fondo, svolgono questa funzione. Dentro questa organizzazione sociale gerarchica, chi occupa posizioni più valorizzate parte avvantaggiata: si sente autorizzata a negoziare, perché il riconoscimento è già in parte acquisito. Chi sta più in basso, invece, ha una voce più incerta, più fragile. In questi casi, l’esempio delle altre può fare la differenza. Pierre Bourdieu lo direbbe così: è l’effetto più raffinato del potere «far sì che i dominati contribuiscano alla propria dominazione». Non serve dire di no, se riesci a fare in modo che nessuno chieda. Il "potere" ci vuole divise e in competizione. Ma se iniziamo a dare valore al nostro lavoro, possiamo diventare esempio per le altre. Parlando di lavoro, ho scelto di usare il femminile sovraesteso per rappresentare tutte e tutti. Può risultare stucchevole, ma è, come ricorda Azzurra Rinaldi, una scelta politica. In Italia, ancora oggi, il lavoro qualificato e ben pagato è più accessibile agli uomini, ma la condizione di impoverimento è sempre più diffusa. Per questo, la forma di questo svantaggio è – simbolicamente – femminile. Per tutte e per tutti. Buon Primo Maggio. 

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