Intorno alla paura dell'Iran
Partiamo qui oggi dal concetto di sfera pubblica per indicare lo spazio in cui le società discutono, si confrontano e, anche, immaginano comunità a cui disegnano confini per separare i "noi" da "loro". In queste settimane il grande e minaccioso Altro è ancora l’Iran, raccontato soprattutto per contrapposizioni.

Della scomparsa di Jürgen Habermas ha scritto qui su Avvenire Simone Paliaga citando anche le sue controverse prese di posizioni sull'attualità a cui aggiungo la problematica e incauta difesa pubblica dell'operato del governo israeliano a Gaza post strage del 7 ottobre. Partiamo qui oggi dal suo concetto di sfera pubblica per indicare lo spazio in cui le società discutono, si confrontano e, anche, immaginano comunità a cui disegnano confini per separare i "noi" da "loro". In queste settimane il grande e minaccioso Altro è ancora l’Iran, raccontato soprattutto per contrapposizioni. Il regime iraniano incarna tutto lo spavento possibile: repressione, violenza — soprattutto verso donne, giovani e oppositori — corruzione, e perfino un’immagine del potere fisicamente respingente: un gruppo di uomini anziani, barbuti, simili uno all’altro e di nero vestiti. Dall’altra parte, il futuro in potenza: la popolazione soggiogata protagonista di un riscatto futuro — quella evocata da “Donna, vita, libertà”. Come raccontiamo l’Iran? Ci aiuta a guardare tutto più da vicino l’antropologo Setrag Manoukian (Università McGill di Montréal, Canada), che di Iran si occupa — e si preoccupa — da tempo.
Senza voler tracciare una continuità che non esiste, si può in ogni caso pensare che è dai tempi della Grecia antica che l’Iran ha a volte rappresentato la figura dell’altro da cui l'Europa si distingue ma anche nei confronti del quale proietta le proprie paure: la Grecia democratica (ma sempre sull’orlo della guerra civile) contro l’Iran imperiale che l’aggredisce senza successo (ma per Roma andò almeno in parte diversamente). Dalla rivoluzione del 1979 l'Iran ha incarnato per l’Occidente l’idea dello stato autocratico e religioso, qualcosa da cui smarcarsi senza fare i conti coi complessi rapporti tra religione e politica nell’Occidente stesso. Paura dell’Islam come paura del ruolo pubblico della religione. Ecco l’idea di un governo retto da anziani cattivi e barbuti, contro la modernità a cui accenna lei. Molto importante in queste dinamiche è la negazione di contemporaneità: rappresentare l’Iran non come un paese contemporaneo ma come collocato in un altro tempo (che è spesso il passato remoto dell’Occidente). L’Iran è “medievale”, e così via. Queste identificazioni proiettive si articolano in molti modi diversi e si catalizzano, come spesso accade, nella rappresentazione delle donne iraniane, che vengono spesso viste come vittime e quindi passive, o attive solamente nel momento in cui si rivoltano contro il patriarcato. È come se una serie di lotte civili — che sono per molti versi contemporanee sia all’Iran che all’Italia — potessero essere articolate più facilmente se proiettate nello spazio degli altri, da cui ci si distingue, e che possono per questo essere stigmatizzati senza troppe conseguenze e senza, come dire, “guardarsi dentro”. Questo va anche inserito in un contesto geopolitico in cui con la fine della guerra fredda e soprattutto dopo l’undici settembre 2001 l’Islam diventa il perno centrale della produzione di alterità dell’Occidente, come moltissime analisi non fanno che rimarcare. Tra l’altro la nozione di sfera pubblica di Habermas — che tornò in voga proprio agli inizi degli anni duemila — contribuì non poco a rafforzare questa immagine semplificante dell’Islam come religione ostile ed intransigente: secondo la puntuale analisi di Mahmood Mamdani (il padre dell’attuale sindaco di New York) i musulmani venivano divisi in “musulmani buoni” che si adattavano alla sfera pubblica occidentale ed erano ammessi al privilegio della partecipazione civica e “musulmani cattivi” che venivano temuti, rifiutati ed esclusi perché considerati incapaci di assorbirne i valori.
Penso sia importante sottolineare che una volta rotto l’incantesimo della contrapposizione astratta, non vadano però tralasciati i nodi problematici dell’Iran contemporaneo che comunque ci sono: la condizione delle donne, la libertà di espressione, la violenza politica. Questioni che a questo punto diventano di comune interesse, senza ovviamente fare paragoni grossolani e fuorvianti. La guerra contro l’Iran di questi giorni non è una guerra lontana che riguarda gli altri, ma la prefigurazione di rapporti di forza a venire che coinvolgono tutti; e le aporie e la violenza dello stato iraniano dovrebbero essere sì motivo non di paura proiettiva ma certamente di apprensione collettiva. Va anche sottolineato che se l’Italia partecipa con il resto dell’Europa e con Stati Uniti e Canada a questa paura/stigmatizzazione nei confronti dell’Iran, il nostro paese si distingue anche per una particolare sensibilità che ha sempre offerto immagini alternative a queste paure. Penso al ruolo fondamentale dell’Italia nella diffusione del cinema iraniano, alle continue traduzioni di letteratura persiana classica e contemporanea, agli scambi artistici in tanti campi, e ai moltissimi scrittori e intellettuali italiani che si sono confrontati e abbeverati alla cultura iraniana nelle sue più varie espressioni — e non da ultimo ai molti giornalisti che ne scrivono con intelligenza, o ai dialoghi interreligiosi. Per molti versi l’Italia offre una prospettiva alternativa sull’Iran nel contesto occidentale.
2. Nel linguaggio politico italiano a volte si ricorre all’Iran come repertorio descrittivo per indicare atteggiamenti militanti e intransigenti, per esempio il termine pasdaran — i “guardiani”. Come le sembra che vengano utilizzati questi termini?
La rivoluzione del 1979 e la repubblica islamica hanno offerto alla politica italiana un vocabolario per descrivere comportamenti militanti ed autoritari. Come, per esempio, il termine “pasdaran” — i guardiani — usato per descrivere atteggiamenti bellicosi ed intransigenti nei confronti degli avversari. Non vorrei sbagliarmi ma mi pare che questi termini vengano usati indiscriminatamente per diverse posizioni politiche, e quindi funzionano proprio perché trasversali, segnalando comportamenti che vengono visti come inappropriati a prescindere dalle appartenenze politiche. Non è un fenomeno limitato all’Iran (penso al termine “giovani turchi”), ma che per quanto detto sopra assume una valenza ulteriore. Quello che mi sembra cambiato è che oggi la paura basata su percepite differenze “culturali” e di civilizzazione — paura che ha più o meno dominato il periodo 2001-2020 — anche se non scomparsa (basta vedere i social media) sia molto molto meno rilevante. Non c'è neppure più bisogno di giustificare l’uso della forza. La paura e la violenza che genera non hanno ormai bisogno di alcun discorso che le accompagni.
Nella notte italiana tra domenica e lunedì siamo tornati a parlare di cinema iraniano e non solo di bombe con la presenza alla cerimonia degli Oscar del regista Jafar Panahi: il suo (bellissimo) It Was Just an Accident, girato in Iran sotto copertura, rappresentava la Francia nella shortlist per il miglior film internazionale.
(Grazie al Prof. Setrag Manoukian per la disponibilità).
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