Promesse, ultimatum e scadenze: per la Casa Bianca è vicino il momento della verità

Il 28 aprile è la data segnata sul calendario dell'amministrazione repubblicana come possibile chiusura del conflitto in Iran, visti i limiti imposti dalla legge federale. Ma a pesare per una fine ancor più rapida delle ostilità potrebbero essere il costo della benzina al gallone e i guai interni
April 15, 2026
Promesse, ultimatum e scadenze: per la Casa Bianca è vicino il momento della verità
Un sordo rumore di sciabole si indovina in questi giorni a Washington fra i corridoi del potere. Le sensibili antenne della Casa Bianca lo hanno già colto e soprattutto lo ha avvertito il presidente, approssimandosi il 28 aprile, data entro la quale fra promesse, profezie e ultimatum la guerra con l’Iran dovrebbe forzatamente concludersi. Ciò che ancora separa Donald Trump da una satrapia di tipo assiro-babilonese è il Congresso, baluardo di quella che fu una democrazia parlamentare e che ora sta per giocare la propria carta costituzionale.
L’incaglio nel quale The Donald rischia di andare a sbattere è il War Powers Act, una legge federale che limita la facoltà del presidente di impegnare le forze armate senza un'autorizzazione del Congresso, obbligandolo a informarlo entro 48 ore dal dispiegamento delle truppe e limitando la loro permanenza a 60 giorni (estensibili ad altri 30 per il ritiro) senza l’esplicita approvazione di Capitol Hill. Era stata la guerra del Vietnam a indurre nel 1973 le due Camere a varare un provvedimento che impedisse – com’era accaduto sotto la presidenza Nixon – l’indiscriminato allargamento del conflitto.
Non tutti i presidenti l’hanno rispettato. Nel 2011 Barack Obama aveva oltrepassato la soglia dei due mesi nel conflitto libico, sostenendo che non c’erano soldati americani sul campo. Bill Clinton aveva fatto considerazioni analoghe nella guerra del Balcani. Sono in molti a ritenere che Trump forzerà in ogni caso le disposizioni del Congresso, prolungando se occorrerà le ostilità con l’Iran. Ma è la sua popolarità ad esserne costantemente erosa: solo il 24% degli americani approva l’avventura del Golfo e la guerra condotta in partnership con Israele, tanto da aver fatto precipitare il consenso di Trump al di sotto del peggior livello raggiunto da Joe Biden.
Sullo sfondo ci sono le elezioni di medio termine di novembre, dove più che la politica estera per gli americani conteranno l’inflazione, i salari e il costo della vita. E soprattutto quel prezzo della benzina arrivato alla soglia fatidica dei 4 dollari al gallone, in crescita del 30% rispetto a due mesi fa (con lo speaker iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf che profetizza: «Rimpiangerete quei 5 dollari al gallone…»). Difficile per Trump riportarne il prezzo sotto i due dollari. E ancor più difficile sormontare quel rauco brusio che si leva anche dalle file repubblicane e dalla vasta e potente lobby dell’industria che nel Grand Old Party a trazione-Trump ripone sempre meno fiducia.
Ora attorno al cerchio magico del presidente si allarga un buco nero. Attorno al quale l’opposizione sta affilando le armi. È di ieri la notizia che i democratici della Camera hanno presentato cinque articoli di impeachment contro il segretario alla Difesa Pete Hegseth, accusandolo tra l'altro di abuso di potere e crimini di guerra. Provvedimento donchisciottesco e del tutto simbolico, in quanto la richiesta verrà bloccata dalla maggioranza repubblicana, ma indicativo di una corsa a ostacoli nella quale si percepisce l’affanno del presidente Trump.

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