La supremazia petrolifera degli Usa è diventata un problema

Dallo Stretto di Hormuz al Venezuela fino agli accordi sui dazi con l'Europa, passando dal conflitto in Ucraina: così gli Stati Uniti, crisi dopo crisi, sono diventati una potenza petrolifera. Ma ai consumatori americani, e non solo, tutto questo può non piacere
April 15, 2026
La supremazia petrolifera degli Usa è diventata un problema
Una nave al largo della costa di Sharjah, nello Stretto di Hormuz/ ANSA
Donald Trump non ha mai indicato apertamente la supremazia americana sul mercato petrolifero globale tra gli obiettivi del suo secondo mandato. Sta di fatto però che, con il blocco dei traffici da e verso i porti iraniani e con la pressione esercitata sullo Stretto di Hormuz, oggi Washington può rivendicare una capacità di condizionamento senza precedenti recenti su una parte decisiva del commercio mondiale di greggio. I numeri, pur con tutte le semplificazioni del caso, dicono questo: dei circa 102-104 milioni di barili di petrolio prodotti ogni giorno nel mondo, il greggio effettivamente scambiato sui mercati internazionali vale circa 45-50 milioni di barili al giorno. Gli Stati Uniti ne esportano direttamente circa quattro milioni. Un altro milione li esporta il Venezuela, il cui presidente formalmente in carica – Nicolàs Maduro – dal 3 gennaio è agli arresti a sudamericana minacciata proprio da Maduro nel 2023: lì le operazioni sono dominate dal consorzio guidato da ExxonMobil e protette dall’ombrello strategico americano. Quindi c’è Hormuz: prima della crisi, dallo stretto transitavano circa 20 milioni di barili al giorno, quasi metà del commercio mondiale di greggio. Dal 12 di aprile gli Stati Uniti non controllano formalmente tutto quel flusso, ma hanno la capacità di fermare i traffici iraniani, scoraggiare il passaggio di petroliere non gradite e influenzare in modo decisivo il passaggio nel principale check point energetico del pianeta.
Chi deve procurarsi petrolio sul mercato, oggi, in qualche modo deve fare i conti con Washington. È uno scenario che sarebbe stato difficile immaginare anche solo qualche anno fa. È vero che nel nostro immaginario gli Usa sono anche petrolio: ci sono i Rockefeller, ci fu la Standard Oil e oggi la Exxon o la Chevron. Ma, nella realtà, dopo avere toccato il picco negli anni Quaranta, quando la produzione petrolifera americana era il 60% di quella mondiale, l’industria del greggio degli Usa e il suo ruolo nello scenario globale ha imboccato un declino che l’ha portata, nel 1975, a vietare le esportazioni perché la produzione non bastava più a garantire i consumi nazionali. Il divieto all’export è stato cancellato solo nel 2015, quando le scoperte di gas e petrolio ricavati da scisti ottenuti con fratturazione idraulica hanno prodotto un inaspettato boom di idrocarburi “Made in Usa”. Un boom che fa da inquietante sfondo alla storia geopolitica recente. Senza cedere al complottismo, è impossibile non vedere che gli idrocarburi americani dieci anni fa non erano facili da vendere: i Paesi vicini, cioè quelli del Sudamerica, avevano già in casa loro più del gas e del petrolio necessari; l’Europa era ben rifornita tra Medio Oriente, Nord Africa e Russia; la Cina aveva in Mosca il suo (complicato) fornitore di riferimento. Senza le rinunce al gas e al petrolio della Russia decise dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa non avrebbe avuto bisogno di comprare grandi quantità di gas liquefatto o petrolio estratti in America.
Invece siamo al punto in cui la Commissione europea è stata “convinta” a colpi di dazi a firmare, la scorsa estate, un accordo per comprare 750 miliardi di dollari di “energia” dagli Stati Uniti in tre anni: una quantità di gas e petrolio che gli analisi da subito non hanno esitato a definire «irrealistica». O abbiamo sentito Trump spiegare, nel discorso alla nazione del primo aprile, che i Paesi messi in difficoltà dalla guerra in Iran hanno davanti una soluzione semplice: «Comprare petrolio dagli Stati Uniti d’America. Ne abbiamo molto». D’altra parte a gennaio, dopo l’operazione di arresto di Maduro, Trump parlava senza problemi come un manager di una major petrolifera: «Siamo nel business del petrolio – aveva chiarito rispondendo alla domanda di un giornalista –. Venderemo grandi quantità di petrolio ad altri Paesi». Forse è il momento di chiedersi che cosa possa salvarci da questa ingordigia petrolifera di Washington, che sembra determinato a prendere tutto il greggio su cui può mettere le mani per poi venderlo agli altri (e gli altri siamo noi). Ovvio: una parte della soluzione ce l’abbiamo già, e sono le alternative al petrolio, a partire dalle rinnovabili. Ma lo scarso successo delle auto elettriche così come le migliaia di progetti di energia verde che languono negli uffici della Pubblica amministrazione italiana in attesa di autorizzazioni ci ricordano che i tempi della transizione energetica sono per forza lunghi e avremo bisogno di gas e petrolio ancora per un po’. Sicuramente ne avremo bisogno per i prossimi anni, mentre l’emergenza è qui e oggi. La speranza più concreta di uscirne, al momento, arriva dalla stessa America. In particolare, dalle sue pompe di benzina, che segnano prezzi oltre i 4 dollari al gallone, cioè circa un dollaro al litro. A noi può sembrare poco, ma là è il massimo dal 2022. Quel prezzo è la prima minaccia per Trump in vista delle elezioni di midterm del prossimo novembre, quei listini ricordano ai cittadini americani che da questa supremazia petrolifera forse ci stanno guadagnando i petrolieri e trader dell’energia, ma loro no di sicuro.

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