Quella paura di finire in un buco nero

La fine fa paura ma possiamo arrivarci preparati se prevedessimo la possibilità — ancora poco esplorata — di un’educazione alla fine, spaghettificata
January 21, 2026
Quella paura di finire in un buco nero
Rappresentazione di un buco nero / Icp
Nel 2008, quando è stato avviato LHC, il grande acceleratore di particelle del Cern, si era diffusa la paura che l'esperimento potesse originare un enorme buco nero che avrebbe inghiottito la terra. A diffondere questo timore, ça va sans dire, furono principalmente i canali tv di tutto il mondo che seguivano l'avvio di un progetto epico, visionario, risultato dello sforzo e della cooperazione di decine di paesi che, dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, decisero di creare un laboratorio di ricerca di fisica delle particelle che, da statuto, non dovesse avere implicazioni belliche.
Al Cern l'età media è 27 anni e queste migliaia di intelligenze sono lì per indagare le origini dell'universo. Andateci, se vi capita, l'anima si dilata, altro che buco nero. Finire in buco nero è essere inghiottiti, non tornare più, cadere in un vuoto. In realtà la fisica ci racconta che la fine in un buco nero non è una caduta in un tombino senza fondo ma piuttosto un allungamento progressivo, un assottigliamento: si chiama Spaghettificazione.
Nelle ultime settimane mi sono molto interrogata su come finiscono le cose, su quando e come crollano. Quando crolla un regime e come? Quale è il punto di non ritorno? Quali avvisaglie ci fanno capire se tutto scricchiola? Scricchiola o evapora silenziosamente? Così lancio l'idea di un'educazione alla fine in nome della Spaghettificazione e dell'allungamento. La fine fa paura ma possiamo arrivarci preparati se prevedessimo la possibilità — ancora poco esplorata — di un’educazione alla fine, spaghettificata.

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