8 marzo e la paura di “non si può più dire niente”
Le parole non sono mai innocue: possono attenuare, giustificare, normalizzare. Alla vigilia dell’8 marzo, il vero nodo è che l’avanzare dei diritti restringe lo spazio dell’impunità, anche simbolica.

“Non si può più dire niente” è l’espressione che ripetono i protagonisti del nuovo spot realizzato dalla Fondazione Cecchettin e visibile da qualche giorno sulle piattaforme online. Nel video, a pronunciarla, è un gruppo di amici durante una cena, mentre mogli e compagne sono altrove. Gli uomini si scambiano confidenze che suonano come giustificazioni: «Le ho solo controllato il telefono», «Le ho solo detto di non vestirsi così», «Io ho solo mandato in giro un paio di foto…». Quel “solo” è la parola chiave: riduce, attenua, minimizza. Trasforma gesti di controllo in episodi quasi innocui.
Il gruppo ascolta, si riconosce, si rassicura a vicenda. Si perdona, si archivia, si normalizza. In antropologia il senso comune è una geografia in continua evoluzione, perché si basa su un accordo sociale: come comunità stabiliamo i confini tra ciò che è permesso, ciò che fa ridere e ciò che è intollerabile. Il senso comune – ci ricordava Clifford Geertz – non è universale né immutabile: è un “sistema culturale", cambia quando cambiano i rapporti di forza. In questo senso, il linguaggio non è un semplice strumento neutro: è una pratica sociale. L’antropologo Alessandro Duranti, uno dei maggiori studiosi di antropologia del linguaggio, ricorda che parlare è sempre «agire nel mondo». Le parole non descrivono soltanto la realtà: la producono, la organizzano, la rendono condivisa.
La filosofa Judith Butler ha parlato di performatività: il genere non è qualcosa che “si è”, ma qualcosa che si fa e si ripete. Anche attraverso battute, commenti, allusioni. Se ogni volta che una persona viene definita attraverso stereotipi si ride, quella risata consolida un modello. Ciò che appare naturale è in realtà il risultato di una lunga sedimentazione culturale. Quest’anno la vigilia dell’8 marzo, la Giornata internazionale della donna, è funestata dalla guerra che è violenza intrapresa da uomini contro altri uomini. Ne parleremo forse meno, quindi, ma non perché non ci sia bisogno di farlo. Alla vigilia dell’8 marzo, questa frase, “Non si può più dire niente”, suona come un sintomo della fatica di accettare che il patto sociale si sta trasformando e dello sforzo che ci richiede di rispettare il cambiamento.
Nell’anno in cui ricordiamo gli ottant’anni dal suffragio universale in Italia, vale la pena ribadirlo: la democrazia, come scriveva Hannah Arendt, è «il diritto di avere diritti». E ogni diritto conquistato ridefinisce anche i confini del dicibile.
Più crescono i diritti, più si restringe l’area dell’impunità simbolica. Non è vero che non si può più dire niente. È che oggi qualcuno risponde.
Piccola bibliografia essenziale
Judith Butler, Questione di genere (1990).
Alessandro Duranti, Antropologia del linguaggio (2000).
Gayle Rubin, “The Traffic in Women” (1975).
Clifford Geertz, Interpretazione di culture (1973).
Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo (1951).
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