Quanto ci costa parlare di soldi (e stipendi)
Il recepimento della Direttiva Ue sulla trasparenza salariale alza il velo su una nostra grande paura, e vergogna: la busta paga. Perché parlare di reddito significa parlare di chi siamo e quanto valiamo

Il Governo italiano ha tempo fino al 7 giugno per recepire la Direttiva della Commissione europea sulla trasparenza salariale che prevede che tutti i lavoratori abbiano diritto a sapere dalla propria azienda lo stipendio dei colleghi che occupano la medesima posizione. Non solo: la direttiva prevede anche che le aziende debbano obbligatoriamente indicare un range di salario nell'annuncio del posto di lavoro e che non sia possibile chiedere al lavoratore lo stipendio percepito per gli incarichi precedenti. Tutto questo, come sapete già perché ne ha molto scritto anche Avvenire, è previsto dalla Commissione europea come contrasto alla gender pay gap, la differenza salariale tra uomini e donne la cui media nei ventisette paesi dell'Unione europea è circa del 12%.
Per dirla come mangi, presto potremo chiedere all'azienda quanto guadagnano i colleghi e se incontreremo delle disparità, avremo i dati per aprire una vertenza. Inoltre, potremo pretendere di sapere quale è lo stipendio per un incarico prima di fare la selezione. Tutto questo è molto utile perché, ce lo insegna l'antropologia ma anche la psicologia, laddove esiste un'abitudine a tenere una dimensione della vita nascosta e taciuta, questa si ripresenterà come rimosso in altri momenti del quotidiano. Quella riemersione è, a mio parere, alla base dell'imbarazzo che proviamo nel parlare di soldi con le persone vicine. Perché. quindi, percepiamo come scomoda la domanda "quanto guadagni"? Nello stesso modo, perché fatichiamo - almeno buona parte di noi - a chiedere l'aumento e a essere naturali nel voler sapere quanto si verrà pagati per un determinato lavoro?
C'è sempre presente, sotterraneo, il tema del valore e della vergogna. Nella retorica meritocratica (tutta da dimostrare) dell'economia capitalistica, il tuo guadagno ti corrisponde e definisce molto di te: in primis le tue possibilità di acquisto, contemporaneamente i gruppi sociali a te omogenei e che quindi frequenterai, il tuo habitus, per dirla con Pierre Bourdieu. Se il gusto è un principio di distinzione di classe, al tuo stipendio è sicuramente correlata anche la tua dieta alimentare e culturale. Il denaro ci posiziona socialmente e ogni posizione assume valore in relazione agli altri presenti nel campo in confronto ai quali saremo strutturalmente o più poveri o più ricchi con frustrazione nel primo caso e, forse, senso di colpa nel secondo.
L’etnografia mostra che le norme su come si parla di denaro variano molto tra culture e contesti sociali. Nel volume Money: Ethnographic Encounters (Truitt & Senders 2014), diversi antropologi raccontano situazioni di campo in cui parlare di prezzi, salari, debiti o risorse è regolato da norme sottili e spesso non dette. Parlare di reddito significa quindi toccare una dimensione identitaria profonda: successo o fallimento, autonomia o subordinazione, sicurezza o precarietà. Cominciare ad attribuire una cifra alla mansione e non alla persona, come indica la direttiva della Commissione europea, può essere liberatorio per il singolo individuo. Separare la persona dall'oggetto del suo lavoro.
Concludo con un riferimento a una specifica tipologia di salario di cui si è molto parlato in questi giorni (mai abbastanza) e faccio fatica a definirlo salario. Mi riferisco alla quella forma contemporanea di caporalato molto diffusa nella città da cui scrivo, Milano: dove cittadini e cittadine usufruiscono del servizio di consegna a domicilio di cibo da lavoratori pagati 2 euro e 50. La consegna avviene con bici malmesse acquistate direttamente dai lavoratori stessi che pedalano in tutte le condizioni metereologiche per un compenso irrisorio. Davvero siamo in grado, come società, di dare così poco valore ad un essere umano, per una pizza consegnata a casa? Come cantava Elio e le storie tese: Una pizza in compagnia, una pizza da solo, in totale molto pizzo ma l'Italia non ci sta. Certi salari, quando li conosciamo, dovrebbero farci chiudere lo stomaco.
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