Niscemi e tutte quelle immagini che non ci fanno (abbastanza) paura
La cronaca ci riporta immagini drammatiche che risuonano come simboli: ci spaventano, ma non forse abbastanza. Generano angoscia ma non vengono prese sul serio come documenti della realtà

Niscemi non è un’eccezione. È un frammento di futuro che può riguardare tutti noi. Lo scrive Paolo M. Alfieri qui su Avvenire ragionando su quei 10 minuti di cui dispongono in questi giorni le persone prima di lasciare la propria casa affacciata alla frana. Proprio settimana scorsa vi raccontavo di come mi stessi interrogando sulle forme del crollo, come finiscono le cose, le relazioni, i progetti, le vite, gli ecosistemi? La frana è l'elemento più visibile, l'ultimo atto. Come nel caso dell'alluvione di Valencia del 2024, le immagini della frana di Niscemi sono dotate di una potenza estetica quasi costruita a tavolino per la sua forza, risuonano come un simbolo più che come un documento.
Nel gioco della semiotica, il simbolo ha una connessione arbitraria con ciò che rappresenta, spesso perché porta con sé valori, emozioni, sentimenti e non tanto la cosa in sé. Spero sia chiaro. Per esempio, la bandiera è simbolo della nazione e mobilita più il senso di appartenenza e meno il codice fiscale. La frana di Niscemi e le auto accartocciate dalle inondazioni a Valencia risuonano come simboli, cioè ci spaventano, ma evidentemente non abbastanza da farci cambiare il rapporto con l'ambiente. Nel 2024, Sardegna, Sicilia e Calabria, oggi fortemente colpite dal ciclone Harry, hanno avuto il triste primato di potersi intestare quasi la metà del consumo di suolo avvenuto in tutto il paese, come ha riportato Paolo Pileri, professore di Pianificazione Territoriale al Politecnico di Milano. Accanto alla frana di Niscemi c'è una costa cementificata e con stabilimenti balneari che si tuffano nel mare. E allora viene l'angoscia, che però non si trasforma abbastanza in paura. Arriva la rabbia, l'indignazione, la solidarietà ma forse la paura ci aiuterebbe a identificare i predatori (il modello di sviluppo) e cercare strategie per sopravvivere.
Proviamo a guardare queste immagini come documenti e non come simboli: documenti della realtà della crisi climatica e dell'erosione del suono. Per tornare alla semiotica, trattiamoli da indici e non da simboli, perchè "hanno una connessione diretta e causale" con l'oggetto che rappresentano. La terra crolla davvero, non è un simbolo. E una foto, non un'iperbole.
Allora qui, il tema, è che la paura, sentimento fondamentale per l'evoluzione animale, deve fare ciò per cui è stata programmata: aiutarci a trovare strategie di sopravvivenza e non farci andare dritti dritti verso le fauci del lupo (questo sì, è un simbolo).
Le immagini in queste settimane sembrano perdere di verità, abbiamo le immagini dell'operato dell'ICE a Minneapolis, abbiamo anche quelle che raccontano la vicenda di Giulio Regeni su cui è uscito un bellissimo documentario a 10 anni dalla scomparsa, abbiamo le immagini ma non sembrano più avere la forza di far valere la verità. Ogni immagine è usata per confermare tesi spesso opposte.
La buona notizia della settimana è che più della metà dei paesi dell'Unione Europea hanno prodotto elettricità da fonti rinnovabili e non da combustibili fossili. L'Italia non è tra questi ma ci auguriamo che un giorno, presto, lo diventi. Non ci sono immagini per questa verità, forse per questo la notizia non è girata abbastanza, come avrebbe dovuto.La frana è bella, esteticamente, ma non ci vivrei.
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