Chi era Ali Larijani, l'uomo forte del regime iraniano ucciso in un raid israeliano
di Camille Eid
Il 67enne segretario del Consiglio Supremo per la sicurezza nazionale era anche un volto noto in Occidente grazie al suo ruolo nei negoziati che hanno portato nel 2015 alla firma dell'accordo sul dossier nucleare
Ali Larijani ha rappresentato per decenni il volto pragmatico dell'establishment iraniano. Il 67enne segretario del Consiglio Supremo per la sicurezza nazionale dell'Iran rimasto presumibilmente ucciso in un raid israeliano era anche un volto noto in Occidente grazie al suo ruolo nei negoziati che hanno portato nel 2015 alla firma dell'accordo sul dossier nucleare. Una calma che si è dissipata il 1° marzo, all'indomani dell'uccisione dell'ayatollah Ali Khamenei insieme ad altri esponenti iraniani. «L'America e il regime sionista hanno bruciato il cuore della nazione iraniana», aveva scritto sui social media. «Bruceremo – aveva aggiunto – i loro cuori, faremo rimpiangere ai criminali sionisti e agli americani senza vergogna le loro azioni», prima di accusare il presidente Donald Trump di cadere in una “trappola israeliana”.
Nei pochi giorni che hanno separato la scomparsa della Guida suprema iraniana dall'elezione a successore di suo figlio Mojtaba, Larijani ha poi dato l'impressione di essere il vero uomo forte del regime. Molti mass media hanno, infatti, inserito il suo nome tra i candidati alla carica suprema della Repubblica islamica, probabilmente in virtù dei poteri straordinari conferitigli dallo stesso Khamenei, ignorando che l'interessato si fosse occupato di scrivere libri di filosofia piuttosto che elaborare trattati di teologia sciita.
La sua ultima apparizione in pubblico risale allo scorso 13 marzo, quando si è visto sfilare in mezzo alla folla nella cosiddetta “Giornata mondiale di al-Qods” (Gerusalemme, ndr) fissata dall'ayatollah Khomeini ogni ultimo venerdì di Ramadan, in segno di solidarietà con i palestinesi. In quell'occasione non ha mancato di deridere il ministro della guerra americano per aver affermato che i leader dell'Iran «si nascondevano nei sotterranei come topi». «I nostri leader - aveva replicato a Pete Hegseth - sono in strada, tra la gente, mentre i vostri sono sull'isola di Epstein».
Nato nel 1958 a Najaf in una famiglia benestante emigrata in questa città santa irachena, Larijani predilige comunque la carriera accademica a quella religiosa. Consegue una laurea in Matematica e Informatica poi un master e il dottorato in Filosofia occidentale con una tesi su Immanuel Kant. Il suo legame con la rivoluzione islamica del 1979 contro lo scià risale alle prime ore. Si sposa con Farideh Motahari, figlia di uno stretto confidente di Khomeini poi entra a far parte dei pasdaran. Ricopre successivamente diverse cariche governative: tra il 1994 e il 1997 come ministro della Cultura sotto Rafsanjani, poi come capo dell'emittente radiotelevisiva statale dal 1994 al 2004. Nel 2005 diventa consigliere della Guida suprema, l'ayatollah Alì Khamenei, e suo rappresentante presso il Consiglio superiore per la sicurezza nazionale. È fermamente convinto che l'Iran «ha i mezzi per diventare la prima potenza della regione». Nel 2008 viene eletto deputato di Qom, il famoso centro di formazione religiosa sciita, e accede pure alla presidenza del Parlamento, che manterrà per tre mandati consecutivi, ossia fino al 2020. Meno fortunato, invece, è il suo tentativo di accedere alla presidenza della Repubblica. Nel 2005 non arriva al secondo turno, mentre in altre due volte (2021 e 2024) viene addirittura squalificato dal Consiglio dei Guardiani, che valuta i candidati. Poco chiare le motivazioni. Si allude ai legami di sua figlia con gli Stati Uniti. Laureata in medicina presso l'Università di Teheran, Fatemeh ha infatti fatto la specializzazione alla Cleveland State University, in Ohio. Un particolare di non poca importanza che, secondo alcuni analisti, potrebbe spiegare la sua eliminazione come precedentemente quella di altri esponenti “pragmatici” disposti a scendere a compromessi con gli Stati Uniti.
Terminata la lunga parentesi parlamentare, Larijani torna ad occuparsi di sicurezza. Nel 2025 ènuovamente nominato dal presidente Masoud Pezeshkian a segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. È così nel mirino del Mossad. Di pochi giorni fa la rivelazione che l'ambasciata ucraina a Beirut offre l'asilo a un agente accusato di aver pianificato un attentato contro Larijani durante la sua partecipazione al primo anniversario di scomparsa di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah. Larijani partecipa anche, poche settimane prima dell'attuale escalation, ai negoziati indiretti con gli Stati Uniti nell'Oman durante i quali accusa Israele di voler sabotare la via diplomatica per “accendere una guerra” nella regione. L'improvviso attacco del 28 febbraio con l'uccisione di Khamenei infrange del tutto la finestra diplomatica. Larijani avverte gli Stati Uniti che era illusorio pensare che uccidere i leader avrebbe destabilizzato l'Iran. I prossimi giorni ci diranno se aveva ragione o meno.
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