La "porta" di Hormuz è stretta, ma non blindata: chi passa e chi no
di Lucia Capuzzi, inviata a Beirut
L'Iran detiene le chiavi del passaggio obbligato del petrolio e del gas liquefatto. Ma non sono solo i cargo della repubblica islamica a uscire: anche diversi Paesi asiatici hanno avuto il permesso

Due miglia cioè 3,2 chilometri. La guerra brucia il Medio Oriente dal sud del Libano a Dubai. Gli occhi del pianeta sono concentrati, però, sulla “porta stretta” di Hormuz. Il sottile braccio di mare – sottilissimo nel tratto lungo la penisola di Musandam – è l’uscio da cui il Golfo Persico e quello dell’Oman si affacciano sull’Oceano Indiano. Il passaggio obbligato, cioè, del petrolio e del gas liquefatto – un quinto del totale globale – che fluisce dai principali Paesi produttori verso i mercati internazionali. L’Iran detiene la chiave della serratura e può regolarne il ritmo dei giri a seconda dello scenario geopolitico. Lo ha già fatto in passato. Non, però, con la forza applicata dopo l’attacco di Usa e Israele del 28 febbraio. Almeno una decina di navi che ha cercato di “forzare il blocco” è stata finora colpita. Agli attacchi con missili e ai droni si sommano, poi, le mine disseminate – secondo l’intelligence statunitense – nei punti di transito strategici. Immediatamente, i costi delle assicurazioni sono schizzati alle stelle, costringendo varie compagnie a fermarsi. Il maggior blackout petrolifero della storia, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia. Posto di fronte a una minaccia esistenziale, il regime degli ayatollah ha oltrepassato una linea rossa che gli analisti militari consideravano invalicabile poiché la sua ricaduta avrebbe rappresentato un peso insostenibile per le stesse esportazioni iraniane.
L’esame approfondito dei movimenti marittimi da Hormuz rivela, in realtà, come la “porta stretta” sia per ora socchiusa ma non blindata. In base ai dati della Lloyd’s list intelligence – nota società di analisi marittima -, confermati da Teheran, dal primo marzo almeno tredici cargo della Repubblica islamica l’hanno attraversata, trasportando 24 milioni di barili con un ricavo previsto di oltre 2,2 miliardi di dollari. Gli ayatollah non sono i soli, però, a utilizzare lo Stretto.
Due giorni fa, il segretario del Tesoro di Washington, Scott Bessent, ha parlato, senza meglio precisare, del transito di navi indiane e cinesi. Tra sabato e domenica, il sistema di monitoraggio Kpler, ha registrato il passaggio della Aframax Karachi, gestita dalla Pakistan National Shipping Corporation: la prima uscita documentata da Hormuz di una imbarcazione non battente bandiera iraniana. Da allora se ne sono aggiunte almeno altre cinque, di cui una è diretta verso l’Europa. Nel gruppo figura un altro cargo di Islamabad – Lahore che si è rifornita nel porto saudita di Yanbu - e due dell’India. Questi ultimi - Shivalik e Nanda Devi – sono approdati in patria, uno dopo l’altro, lunedì e ieri: il via libera è avvenuto, secondo fonti ben informate, dopo la telefonata tra il premier di New Delhi, Nerendra Moodi e il presidente iraniano Masud Pezeshkian. Anche il Pakistan avrebbe negoziato la sicurezza delle proprie petroliere. Lo stesso ha fatto l’Iraq con tanto di annuncio ufficiale del ministro degli Esteri, Hayan Abdul-Ghani.
La linea guida resta quella indicata due giorni fa dal capo della diplomazia di Teheran, Abbas Araghchi: lo Stretto è off limits solo per i «nemici e alleati» della Repubblica islamica. Il flusso, in ogni caso, è drasticamente ridotto rispetto al livello prebellico quando da Hormuz passava una media di 125 navi al giorno. E smaltire le 1.100 ancora intrappolate richiederà settimane, con un rallentamento significativo del commercio internazionale. Lo stesso presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha ammesso che sarà difficile tornare ai volumi del passato poiché «le condizioni di sicurezza precedenti non esistono più». «Il regime iraniano è abile nell’esercitare vari tipi pressione – nucleare, economica, militare – per ottenere concessioni. La trasformazione di Hormuz in arma economica rientra in questa strategia ad ampio raggio. Poiché viene toccato un tasto dolente come il petrolio, il suo impatto ha forte eco nella comunità internazionale. Non credo, però, che sia lo Stretto la risorsa determinante su cui l’Iran punta per non crollare. Il suo asso nella manica è e resta Hezbollah» afferma Ronnie Chatah, analista politico e scrittore libanese, il cui padre – Mohammed – economista, diplomatico, vicino a Rafik Hariri, è stato ucciso nel 2013 in un attentato attribuito ai miliziani filo-Teheran. Questi ultimi sono, secondo Chatah, l’unico elemento non negoziabile per gli ayatollah.
«Perché lo considerano determinante per la propria permanenza al potere. Su Hezbollah hanno investito la loro capacità di influire nella regione. E sono stati ben ripagati – conclude –. Il gruppo è il fiore all’occhiello di Teheran. Dopo essere stato quasi decimato da Israele un anno e mezzo fa, è ancora in grado di combattere in difesa del regime, a costo di trascinare il Libano in una guerra in cui non ha niente da guadagnare ma tutto da perdere. Il conflitto oltretutto ha ben poco a che fare con l’azione di resistenza volta da Hezbollah in passato. Il Paese è solo il campo di battaglia determinante in cui il regime iraniano – che vacilla ma è ancora in piedi – si gioca la propria sopravvivenza. Per questo, è appena cominciato».
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