La paura di scomparire, a Sanremo
Passeggiando per le vie attorno all'Ariston si respira la voglia di esserci e di farsi vedere. Ma anche lo stress, i non luoghi, una certa ritualità. Parola di antropologa, per la prima volta al Festival

Per alcuni andare a Sanremo nei giorni del Festival è the place to be, quasi un passaggio di status, esserci o non esserci. Per me è la prima volta, sono qui da poche ore e con lo sguardo della prima ora mi colpiscono alcune cose che poco hanno a che fare con la musica. Cosa noterebbe un’antropologa passeggiando per la prima volta per queste vie? Si percepisce voglia di esserci, di affermare la propria presenza. Tuttavia, non basta essere, ci vuole qualcosa che permetta di uscire dall’anonimato: quindi si incontrano ovunque persone con travestimenti carnevaleschi, sponsor indossati in costumi da orso, da barattolo di margarina, da Bancomat, da supereroi. La sospensione del tempo è tipica del rito. Per le strade di Sanremo alcuni negozi vengono svuotati e vengono riconvertiti per qualche giorno in un’altra identità: da ferramenta a palcoscenico di un programma tv o radio, a modo loro anch’essi si travestono. La realtà aumentata di un intero paese. Si incontrano ragazze che distribuiscono sacchi di arance, altre che chiedono donazioni. Ho intravisto una signora che, parcheggiato il motorino, si cambiava le scarpe per indossare impervi tacchi per essere all’altezza dell’evento.
Già al primo giorno, sono tutti stanchi, «è un vampiro energetico», mi ha detto oggi una giornalista. L’antropologa poi rimane colpita dagli spazi ed in particolare dalla differenza di proporzioni tra l’esperienza percettiva televisiva e quella di persona. La prospettiva televisiva ingrandisce tutto, dilata questi caruggi stretti, le luci creano profondità dentro un teatro che, dentro e fuori, osservato con occhi umani, e non televisivi, è ben più ristretto. È una dilatazione percettiva di tutto, delle dichiarazioni, degli impliciti, degli errori, dei particolari. Marc Augé troverebbe qui un non luogo che travalica lo spazio urbano ligure e rimbomba nella tv dimensione televisiva e digitale, dove l’evento esiste soprattutto come flusso di immagini condivise e simultaneità nazionale.
Nella scrittura densa dell’antropologia questo luogo rispecchia tutte le contraddizioni e le paure della cultura nazionale. La paura della politica che porta a politicizzare qualunque cosa, la costruzione di una serenità spettacolarizzata, la ricerca di un inciampo perché capiti qualcosa. L’antropologia forse noterebbe questo, il desiderio di esserci, la dinamica centripeta di essere assorbiti, non esiste tempo e spazio fuori questo orizzonte degli eventi, da questo buco nero ne usciremo vivi, come in Interstellar. Speriamo.
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