Se le Olimpiadi hanno paura di noi
Per la cerimonia inaugurale di Milano Cortina i residenti e i lavoratori sono caldamente invitati a lasciare la città. Che il rito collettivo sia diventato un fatto privato da tollerare e dimenticare?

“Olimpiadi: tutti i divieti e le zone rosse” (Adnkronos). “Milano blindata per le Olimpiadi” (Today.it). “Olimpiadi da incubo: le famiglie prigioniere” (Il Fatto Quotidiano). “Milano paralizzata per le Olimpiadi” (Quattroruote).
Per chi vive a Milano, sul confine della circonvallazione, la comunicazione della chiusura delle scuole è arrivata una settimana fa, un poco in dissonanza con i sette anni di preparazione del grande evento. Non importa, prendiamolo come un segnale: per la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi è forse più pratico se i cittadini abbandonano la città, lasciando le strade vuote per il transito di Capi di Stato e squadre verso lo stadio. Tanto vale partire, se si può, raggiungere un altro luogo e assistere allo spettacolo televisivo dal divano, attraverso la protesi dei nostri occhi: la telecamera che zooomma che è un piacere. Da residente nel principale capoluogo che ospita queste Olimpiadi invernali dovrei sentirmi coinvolta da un evento così importante, portatore di un’idea di appartenenza nazionale, come di un colore che gareggia in pace con gli altri e non combatte per accaparrarsi qualche risorsa. Il valore alto delle Olimpiadi lo ha ricordato, ancora una volta, il Presidente Mattarella, parlando poche ore fa a Milano in occasione dell’inaugurazione del 145° CIO. Lo scrive Ferdinando Cotugno: «Potevano essere un momento di sport e allo stesso tempo di consapevolezza, un evento pubblico, civico, condiviso, accessibile economicamente; invece sembrano un fatto privato da tollerare e dimenticare».
Per ciò che mobilitano in termini di dibattiti sulla cittadinanza, epica sportiva e portata mediatica, le Olimpiadi, come raccontate dall’antropologo John J. MacAloon, hanno tutte le caratteristiche del rito: si ripetono con una temporalità precisa e arbitraria, prevedono una sequenza fissa (cerimonie di apertura e chiusura, medaglieri, ecc.), producono un tempo “separato” in cui si dovrebbero sospendere i conflitti e si crea un nuovo ordine di relazioni; ricorrono simboli (torce, medaglie, podi, bandiere) e si genera una forma di comunità spettatrice di un unico grande evento globale, una comunità temporanea. Il rito, però, si è trasformato in spettacolo: l’evento è percepito come costoso, complicato, climaticamente artificiale e poco partecipato in presenza.
Demograficamente, Milano è davvero una città olimpica. ChatGPT riporta che in città sono presenti 155 nazionalità diverse: se il dato si avvicina alla realtà, la città accoglie rappresentanti di tutte le nazioni che gareggeranno alle Olimpiadi. Sarebbe stato bello valorizzare questa dimensione, gemellare le Olimpiadi con lo sport sociale, giocato e vissuto. Vero è che gli sport invernali, in questo, sono un poco elitari: richiedono attrezzature particolari e l’agognata neve, che è sempre più rara. Ci divertiremo lo stesso attraverso il racconto che ne farà il Servizio Pubblico in tv. Per chi vuole approfondire il tema dei costi ambientali e dell’impatto, sono stati prodotti molti studi e, se un processo generativo è partito, è proprio quello che genera nei territori la domanda di un futuro senza neve. Già che di nazioni e identità si parla, vorrei chiudere con l’immagine di un cartello che ho fotografato in via Mac Mahon, a Milano. Non c’entra niente con lo sport, ma dice molto sull’identità. Per molto tempo l’antropologia ha rincorso l’identità descrivendo usi e costumi dei popoli: la spiritualità dei Nuer, i riti funebri dei Malgasci, i sogni dei Quechua. L’antropologia è partita dalla descrizione delle pratiche sociali per rispondere alla domanda: chi sono gli altri e perché sono diversi da me? Siamo tante cose. Pizzerie e sartorie. Cuciamo legami e costruiamo cose. Nasciamo in un luogo e apparteniamo a molte radici. Rappresentiamo una bandiera, ma dentro ne abbiamo tantissime. Buone Olimpiadi!

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