Perché è così difficile cambiare le nostre città
Viaggiare ci aiuta a decentrare il nostro punto di vista. E così, tornando da Barcellona mentre gli Stati Uniti puntano sul petrolio venezuelano e arrivano i Re Magi...

Chi torna da un viaggio vuole sempre raccontarvi del suo viaggio. Portate pazienza. Ciò che rende questi racconti fastidiosi all’orecchio di chi, magari, non è neanche riuscito a partire non è tanto il racconto in sé, quanto ciò che inevitabilmente lo accompagna: l’analisi comparativa a posteriori. Lì è meglio, oppure su questo invece qui è meglio perché noi, o perché loro invece…
Questa tendenza a proiettare noi stessi nella scoperta di posti, dinamiche e società nuove è stata ovviamente centrale nell’evoluzione dell’antropologia, che a lungo ha teorizzato la necessità del viaggio come strumento conoscitivo. Decentrare il proprio punto di vista, essere consapevoli delle proprie griglie di lettura per essere pronti a leggere una nuova società: questo è il motivo per cui antropologi e antropologhe partono. Conoscere la propria cultura sarebbe troppo difficile, dato che ne siamo troppo pregni. Il viaggio, dice l’antropologia, è un po’ andare lontano per tornare a casa e provare a esercitare lo stesso sguardo curioso e nuovo sulla propria società di partenza. Cambiare punto di vista serve anche a questo, a riconoscere che ciò che chiamiamo “normale” è spesso una scelta storica e politica, non un destino.
Così cominciamo. Terremo insieme un viaggio a Barcellona, lo sgomento per l’operazione militare del Presidente Trump in Venezuela e i Re Magi appena passati. Viaggio a Barcellona (con lo scambio case, consigliatissimo). La città ha una mobilità invidiabile. Il progetto della città a 15 minuti — la creazione delle superilles — ha progressivamente pedonalizzato intere aree urbane, restituendo strade e piazze alla mobilità a piedi e in bicicletta. Un progetto costruito per step, nell’arco di decenni, con un obiettivo dichiarato: ridurre del 21% il traffico automobilistico. Il risultato è visibile. Piste ciclabili diffuse, corsie preferenziali per i bus, un aumento documentato degli spostamenti a piedi e in bicicletta. I marciapiedi sono ben tenuti, e questo fa sì che si vedano molte più persone in carrozzina muoversi senza grossi impedimenti. Non ho visto una sola auto parcheggiata sul marciapiede. Ed ero sobria. Qui scatta inevitabilmente il confronto — Lévi-Strauss non sarebbe contento — perché il turista (non il viaggiatore) a trarre conclusioni rapide su luoghi che richiederebbero molto più tempo per essere davvero compresi. Eppure è difficile trattenersi: meno inquinamento, meno rumore, più qualità della vita. Allora la domanda diventa politica, non culturale: perché in Italia litighiamo ancora sulle piste ciclabili “che danneggiano il commercio”? Perché ogni intervento sulla mobilità viene raccontato come una sottrazione e mai come una redistribuzione dello spazio urbano?
La risposta, temo, è che cambiare le città significa toccare equilibri consolidati. La politica ha paura di perdere consenso, ma solo la politica può cambiare i progetti urbanistici. E quando non decide, decide comunque: a favore dello status quo, dell’automobile, del consumo di suolo, dell’aria irrespirabile. Nelle stesse ore in cui mugugno su tutto questo — e il mugugnare, si sa, si sposa benissimo con il camminare — succede quello che sappiamo nella notte venezuelana. Tutto è confuso, ma una cosa appare chiara: il controllo del petrolio denso venezuelano può finire sotto il controllo statunitense. Cosa si fa con questo prezioso oro nero? Principalmente diesel e cemento. È un’inferenza brutale, ma non riesco a non pensare che non ho mai sentito scatenare guerre per un pannello fotovoltaico. Ma sto mugugnando.
È il 6 gennaio e a Barcellona i Re Magi vengono celebrati con una grande processione popolare. I tre Re portano ai bambini, tra le altre cose, anche biciclette: uno dei regali più desiderati. E con questo, improvvisamente, mi rassereno. Sogno che Melchiorre, Baldassarre e Gaspare ci portino in dono, oltre a oro, incenso e mirra, anche la sapienza necessaria per riconoscere ciò che va lasciato andare e il coraggio di cambiare strada. Per aiutarci a superare la paura di disinvestire dal petrolio, di ridisegnare le città, di sottrarre spazio alle auto per restituirlo alle persone. Per ricordarci che ciò che oggi chiamiamo inevitabile è spesso solo una scelta che continuiamo a rimandare.
E parlando di Venezuela e di ritorni a casa un pensiero reale, preoccupato e affettuoso va ad Alberto Trentini, con la speranza che sia liberato il prima possibile.
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