Non è strategia, ma paranoia: ecco il senso delle guerre che nessuno riesce a spiegare

Mentre si prefigge di accrescere la vita, la politica massimizza la produzione di morte, tanto da sfociare in una vera e propria necrofilia. Dobbiamo ricorrere a questo corredo concettuale per leggere l’attualità
March 18, 2026
Non è strategia, ma paranoia: ecco il senso delle guerre che nessuno riesce a spiegare
Vigili del fuoco sul luogo di un attacco aereo israeliano nella periferia meridionale di Beirut / ANSA
Mentre il mondo sprofondava nell’incubo dell’olocausto atomico, lo psicoanalista Franco Fornari azzardò un’operazione ermeneutica: cercare di penetrare l’oscuro della corsa al nucleare con gli strumenti dell’indagine del profondo. Lo studioso riunì attorno al tema dell’apocalisse atomica ‒ e agli interrogativi inquietanti che esso suscitava ‒, gli strumenti non solo dalla psicoanalisi ma anche dall’antropologia culturale. L’operazione di Fornari in piena Guerra fredda certificava, in qualche modo, il collasso delle categorie di pensiero con le quali tradizionalmente si affrontava la guerra (o la sua minaccia) come “risultato” di strategie messe in campo da attori “razionali”, attori che perseguono degli obiettivi dopo aver fatto un bilancio tra costi e benefici. Un “equilibrio” che oggi ha perso ogni senso. Se la posta in gioco può essere in definitiva la guerra atomica – e dunque la distruzione del pianeta –, che senso ha ancora questo tipo di calcolo? L’interrogativo che turbava Fornari non ha perso la sua inquietante forza. Ritorna oggi con la stessa urgenza. Perché l’uomo non smette di fare la guerra? Perché l’esperienza del Novecento – al cui cuore mortifero si è installato, secondo lo storico Enzo Traverso, «un sistema industriale di messa a morte» – non ha sterilizzato l’attitudine dell’uomo alla carneficina? Perché stanno franando tutti gli argini che sembrava potessero imbrigliare il cuore di tenebra della guerra?
Oggi siamo avvolti dallo stesso smarrimento. Di più, siamo storditi. La guerra in Ucraina – che si trascina ormai da quattro anni –, il conflitto a Gaza – segnato dalla totale disimmetria degli “attori” coinvolti – e ora la guerra in Iran. Il nostro quotidiano è “invaso”, letteralmente, dal frastuono dei teatri di guerra. Un crescendo nel quale le categorie alle quali ci si affida – a partire da quelle classiche, di natura economicistica, tipica ad esempio delle scuole marxiste – non bastano più, collassano. Di fronte al ritorno massiccio della guerra – accompagnato da una sfrenata corsa agli armamenti che, come certificano i rapporti, ormai ha una dimensione planetaria –, bisogna abilitare altre categorie, mobilitare apparati concettuali diversi. Interpretare oggi le azioni dei soggetti coinvolti è sempre più difficile. La guerra in Iran, in questo senso, è addirittura paradigmatica. Gli obiettivi, le strategie, l’eventuale fine del conflitto sono avvolti da una coltre di impenetrabilità, oscillano e cambiano quotidianamente. Sono evanescenti, perché sembrano obbedire a “stimoli” che sfondano qualsiasi costruzione razionale. Afferrarli appare impossibile. Il pensiero filosofico più attento ha affrontato il nodo mortifero che ha stretto l’intero il Novecento, un secolo i cui orrori sembravano archiviati. Leggendo fenomeni come il totalitarismo in tutte le sue manifestazioni, alcuni studiosi – da Michel Foucault fino a Roberto Esposito – si sono soffermati sulla categoria della tanapolitica, quel rovesciamento categoriale e di prassi che ribalta la cura della vita in produzione di morte. La politica, mentre si prefigge di accrescere la vita, massimizza la produzione di morte, tanto da sfociare in una vera e propria necrofilia. Dobbiamo ricorrere a questo corredo concettuale per leggere l’attualità? Di certo, oggi, dietro il comportamento di alcuni attori coinvolti nella guerra di distruzione, si staglia il profilo inquietante della paranoia. Cosa è la “guerra preventiva” se non una declinazione della paranoia? Cosa spinge a vedere nell’altro da sé sempre un potenziale nemico se non la paranoia? Dietro l’ossessione sicuritaria, non c’è, ancora una volta, la paranoia? Siamo in prossimità del cuore segreto del potere, quell’assurdo, quella catastrofe dell’umano, che spinge sempre più il fenomeno guerra nei territori dell’irrazionale.

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