Rider sfruttati e sottopagati: il colosso spagnolo Glovo ora è sotto inchiesta
di Cinzia Arena
Indagato l'ad di Foodinho per caporalato per retribuzioni inferiori dell'80% rispetto alla contrattazione collettiva. Le testimonianze contenute nel provvedimento della Procura di Milano: noi pagati 2,50 a consegna

Paghe sotto la soglia di povertà, orario di lavoro dilatato e massima disponibilità. Uno sfruttamento sistematico fondato sullo stato di necessità delle persone reclutate, quasi sempre straniere. La Procura di Milano ha riacceso i riflettori sul sistema organizzativo che sta alla base del food delivery. Il pm Paolo Storari - che da anni indaga sul caporalato in alcuni settori chiave dalla moda alla logistica - ha disposto in via d’urgenza il controllo giudiziario per Foodinho srl, società italiana del colosso spagnolo Glovo che ha un fatturato da 255 milioni di euro l’anno. Le accuse sono pesanti e accompagnate da decine di testimonianze dei diretti interessati. Nelle indagini, condotte dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, è indagata sia la società che l’amministratore delegato, lo spagnolo Pierre Miquel Oscar. Accusato, come si legge nel decreto, di aver corrisposto «ai rider in stato di bisogno e operanti sul territorio milanese e nazionale (rispettivamente circa duemila e quarantamila), una retribuzione in alcuni casi inferiore fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e inferiore fino al 81,62% rispetto alla contrattazione collettiva». Somme che, per il tipo e la quantità di lavoro prestato, non garantiscono ai rider «un’esistenza libera e dignitosa» e che sono «difformi» rispetto ai contratti collettivi firmati dai sindacati. Il punto di riferimento è quel “salario minimo costituzionale” definito dalla Cassazione in alcune sentenze del 2023: una retribuzione di 1.245 euro al mese per 13 mensilità, calcolata su indicatori come il reddito di cittadinanza, la cassa integrazione guadagni, la nuova assicurazione sociale per l’impiego e l’indice Istat.
Numerose le testimonianze raccolte. «Sono sempre geolocalizzato tramite l’app e, se sono in ritardo con una consegna, Glovo mi chiama per sapere cosa succede. Il compenso varia tra 2,50 e 3,70 euro a consegna» ha raccontanto uno dei rider impiegato dalla società spagnola. Molti hanno messo a verbale che, lavorando con le loro bici elettriche nelle zone centrali della città riuscivano a guadagnare 800 o 900 euro al mese per 12 ore di lavoro al giorno. Il compenso medio finiva inoltre per essere decurtato in caso di ritardi nelle consegne. I rider interrogati hanno spiegato di aver accettato condizioni così penalizzanti con l’obiettivo di riuscire a mandare parte dei soldi guadagnati nei propri Paesi d’origine.
Immediata la reazione dei sindacati. L’inchiesta della procura di Milano «mette nero su bianco ciò che l’Unione sindacale di base denuncia da anni: i rider non sono lavoratori autonomi, ma dipendenti a tutti gli effetti, mascherati da finte partite Iva per aggirare diritti, tutele e contratti» ha commentato l’Usb parlando di «un’organizzazione del lavoro interamente nelle mani delle piattaforme» con «turni decisi unilateralmente, algoritmi che controllano tempi, percorsi e prestazioni, sistemi di penalizzazione e disconnessione che equivalgono a veri e propri provvedimenti disciplinari. Altro che autonomia: siamo di fronte a una subordinazione piena, esercitata attraverso strumenti digitali». Più cauta la Cisl che con il segretario Felsa Cisl, Daniel Zanda sottolinea la necessità di applicare la contrattazione collettiva per incrementare la tutela di questi lavoratori. «Occorre trovare un giusto equilibrio perché in alcuni casi l’esigenza di flessibilità può essere anche quella dei lavoratori. Ovviamente nel caso specifico attendiamo le valutazioni della magistratura e condanniamo le eventuali irregolarità». Essenziale anche la formazione professione, in particolare per questo lavoratori i corsi di lingua per la partecipazione attiva. «La direttiva Ue mette al centro un tema che noi come Cisl solleviamo da tempo - ha aggiunto Zanda - quello della gestione dell’algoritmo che deve avere meccanismi trasparenti e garantire ai lavoratori la possibilità di scelta o riconoscere la loro subordinazione in caso contrario». Da un lato se è vero che oggi una buona parte dei rider sono stranieri, in condizione di necessità o integrati nella società e quindi più consapevoli, negli ultimi anni è aumentato in modo considerevole il numero di lavoratori anziani, pensionati o licenziati. «Il lavoro su piattaforma da un lato ha poche barriere all’ingresso e consente quindi di fare richiesta e aprire un account senza “filtri” dall’altra è un terreno su cui si possono insinuare forme di lavoro irregolare» ha concluso Zanda.
Il controllo giudiziario, cioè la nomina di un amministratore giudiziario che per conto dei magistrati non sostituisce ma affianca gli organi gestori dell’azienda, viene disposto quando c’è da interrompere una situazione di ritenuta illegalità ma l’interruzione dell’attività imprenditoriale potrebbe comportare ripercussioni negative sui livelli occupazionali o compromettere il valore economico del gruppo. Sarà dunque ora l’amministratore giudiziario Andrea Adriano Romanò a dover bonificare il rispetto delle regole violate secondo la Procura, ed eventualmente regolarizzare o risarcire i lavoratori. L’effetto sarebbe enorme – si parla di 40mila rider a livello nazionale - se si considera che sinora, a seguito di analoghe inchieste condotte dalla Procura milanese 36 società hanno internalizzato più di 52mila lavoratori impiegati in societá-serbatoio con conseguenze positive per le casse dello Stato visto che le aziende (soprattutto della logistica, della vigilanza privata e della grande distribuzione) hanno saldato i propri conti con il fisco versando più di un miliardo di euro.
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