Dalla crisi alla rinascita: la Cartiera di Marzabotto si salva grazie ai migranti
di Marco Birolini, inviato a Marzabotto
Le difficoltà dell'editoria aveva svuotato Lama di Reno. Il progetto di integrazione di una Coop ha creato un laboratorio di pelletteria e ha dato nuova vita al territorio

L’enorme scheletro di cemento sovrasta Lama di Reno, frazione di Marzabotto adagiata sul primo Appennino bolognese. Capannoni grigi, graffiti, vetrate che cadono a pezzi. Ecco quel che resta della grande cartiera voluta da Angelo Rizzoli, che negli anni ’80 impiegava 500 persone e generava un indotto che dava da vivere ad almeno altre 1.500. Da qui usciva la materia prima per stampare giornali, riviste, enciclopedie.
Poi la crisi dell’editoria, alimentata dall’avanzata inesorabile del digitale, inizia a colpire duramente. Esuberi, scioperi, licenziamenti. Un dramma sociale che vive il suo epilogo nel 2013 (ma il finale era già scritto dal 2006), quando lo stabilimento chiude definitivamente. È la fine di un’era, il borgo laborioso diventa quasi un villaggio fantasma. Iniziano a svuotarsi anche le “case giardino”, costruite da Rizzoli a due passi dalla fabbrica per semplificare la vita dei suoi operai impegnati nei turni. Su Lama di Reno calano buio e silenzio. Fino al 2016, quando nell’ex villa del direttore si accende una scintilla. La cooperativa Abantu rileva lo stabile e lo trasforma in un piccolo centro di accoglienza per migranti. I giovani africani non restano con le mani in mano: la cooperativa insegna loro l’arte della pelletteria. La cosa funziona e di lì a un anno nasce una bottega artigianale. La chiamano “Cartiera”, in omaggio al tempo che fu. I migranti vengono assunti e mettono radici nella zona, nuovi abitanti di un Appennino eroso dallo spopolamento. Ma il progetto guarda soprattutto al futuro, alla moda etica e all’economia circolare. La Cartiera scrive la prima pagina di un nuovo capitolo. Ispirato dall’esperienza, il Comune di Marzabotto decide di ristrutturare con i soldi del Pnnr l’intero complesso industriale abbandonato. I lavori sono ben avviati, la prima tranche dovrebbe concludersi dopo l’estate. Nei grandi spazi industriali troveranno posto un auditorium, un ostello, laboratori artigianali. È un nuovo inizio. «E pensare che quando siamo arrivati noi non c’era niente, era come se il territorio avesse perso la sua energia – sorride Andrea Marchesini Reggiani, presidente di Abantu –. Abbiamo preso questa casa e l’abbiamo trasformata in laboratorio sartoriale di qualità che utilizza materiale di recupero, offrendo un’occupazione non solo a profughi ma anche a persone svantaggiate. Dieci anni dopo, eccoci qui. Lavoriamo con le grandi griffe della moda e dell’automotive: da loro prendiamo scarti e avanzi di magazzino e li trasformiamo in oggetti di pregio: borse, accessori, portacarte».
Tra i committenti ci sono Fendi e Lamborghini, ma la Cartiera è anche un marchio solido e autonomo, che può vantare uno shop nel centro di Bologna. Il segreto? Un ribaltamento di prospettiva radicale, che rigenera non solo il pellame ma anche le persone. «Di solito a chi si trova in condizioni di svantaggio si offrono lavori generici – spiega Tatiana Di Federico, direttrice della bottega –, invece qui abbiamo fatto l’opposto, convinti che proprio dalle mani più fragili possano nascere oggetti preziosi». Cartiera si è ritagliata negli anni un posto di primo piano nella filiera virtuosa del made in Italy, al punto da esser capofila di un progetto di reinserimento per lavoratori che trovano il coraggio di denunciare episodi di sfruttamento. A Lama di Reno riceveranno una nuova formazione e saranno poi riassorbiti nel settore della moda. «Da noi ci si mette in gioco – continua Di Federico – e i risultati si vedono. La possibilità di collaborare con brand prestigiosi inorgoglisce e responsabilizza, aumentando l’autostima».
Alla Cartiera si lavora anche per ricucire il tessuto sociale. I migranti partecipano volentieri alle iniziative del Comune, fanno i volontari alle feste in paese. Uno di loro è Bassirou Zigani, arrivato dal Burkina Faso in Sicilia su un barcone nel 2016. Prima, però, aveva trascorso 6 mesi in un centro libico. Il suo ricordo emerge faticosamente. «Difficile descrivere quei giorni. Mi viene in mente una sola parola: gabbia. Una sofferenza patita in condizioni disumane. Ma oggi se mi guardo indietro capisco che anche quella esperienza mi è servita: mi aiuta a superare i momenti difficili, a capire che ce la puoi sempre fare». Ma a Bassirou basta guardarsi attorno per ritrovare in fretta il sorriso: «Qui ho trovato pace e rinascita, ho preso la maturità frequentando le serali. Lavoro in Cartiera dal 2017, ho preso casa qui vicino e ho frequentato una compagnia teatrale. Poi sono riuscito a far venire mia moglie e mia figlia in Italia, dove è nato il nostro secondo figlio». La ragazzina gioca a calcio, con soddisfazione del papà. «Quando segna corre verso la tribuna e mi fa il gesto del cuore…». Va tutto bene, o quasi. «La domenica mattina, d’inverno, quando usciamo per la partita, fa troppo freddo. Ma non si può avere tutto….».Bassirou per un periodo ha abitato in una delle “case giardino”, entrando subito in sintonia con gli storici residenti, perlopiù anziani. Ora altri due migranti vivono lì, ben integrati in una comunità che prova a rialzare la testa dopo anni di declino. Quando l’intera cartiera sarà recuperata, Lama di Reno potrebbe tornare a essere il centro di gravità della vallata. A pochi chilometri c’è il parco della memoria di Monte Sole, immerso in un territorio ancora in gran parte da scoprire. Il turismo slow e sostenibile potrebbe attecchire, con relativa ricaduta economica. Nel frattempo, alla Cartiera non si accontentano. E si prendono il lusso di spiegare il bello del lavoro manuale anche ai colletti bianchi. «Proponiamo corsi di team building ai manager – spiega la direttrice – perché realizzare da sé qualcosa di tangibile gratifica e rilassa».La chiacchierata è finita, è pronto il pranzo. Bassirou sta servendo la pasta, un’amatriciana rivisitata con curry e zenzero. «Buona, ma forse un po’ troppo al dente…» osserva il presidente. Nemmeno la cucina, da queste parti, sfugge al controllo di qualità.
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