Generativi come lievito madre

La tenacia di abitare il silenzio monastico, come un lievito che lavora nascosto, diventa un processo generativo che fa maturare desideri e scelte, rigenera lo sguardo e lascia addosso la voglia di tornare.
February 5, 2026
Generativi come lievito madre
La tenacia è una di quelle caratteristiche che difficilmente siamo abituati ad associare alla ricerca del silenzio, ai momenti di sosta, alla riflessione, all’introspezione e a motivazioni simili: spesso sono proprio queste che portano le persone a chiederci la possibilità di trascorrere qualche giorno con noi.
Eppure credo che sia proprio la tenacia una delle qualità necessarie per imparare a stare dentro un silenzio profondo: pieno, introspettivo, additivo e non sottrattivo. Un po’ come nella parabola del lievito che, silenziosamente, fa fermentare tutta la pasta, senza che nessuno lo osservi o gli chieda di farlo. È attraverso questa tenacia generativa che chi sceglie di vivere un tempo e uno spazio secondo questa logica — ancor prima dell’esperienza spirituale — scopre di ricevere molto più di quanto si aspettava; e, al termine dei giorni, rimane quella sensazione semplice e forte: voler tornare.
Tutto questo non è frutto di una teoria, ma di una prassi ordinaria che da sempre — anche se descritta con altre parole — è l’esperienza che un monastero benedettino vive e permette di vivere ai suoi ospiti: per San Benedetto, presenza e rivelazione di Cristo.
Sottolineo l’aspetto della tenacia perché credo sia quel lavoro energico, silente, costruttivo e generativo che favorisce la crescita — come quella della pasta che lievita tutta la notte — e che viene favorito all’interno dello spazio monastico, dove si propone un altro ritmo, un altro luogo, un altro linguaggio: quello del silenzio.
Molti degli incontri vissuti in questi anni si sono ripetuti e si ripetono proprio perché c’è una tenacia che supera l’esperienza del weekend “alternativo”: una tenacia che ha permesso di far germinare qualcosa — un desiderio, un sogno, una proposta, un’opzione di vita nuova; oppure la stessa vita di sempre, ma da vivere con uno slancio completamente rigenerato.
E allora mi immagino le persone incontrate — madri, padri, figli, nonni, amici — che, insieme o da sole, in piccoli o grandi gruppi, attraversano questo lento e vitale processo di lievitazione personale, di fermentazione: come chi non desidera altro che rientrare in un circuito vivo e contagioso di vitalità.
Rivedo gli occhi e le strette di mano che ridicono la bellezza e la fatica di tutto questo: persone e storie incrociate nell’inaspettato, che senza alcun motivo “utile” — anzi, in apparenza “futile” — entrano nel processo di un lievito che diventa “lievito madre”, proprio perché continua a generare. E più farine diverse metti insieme, migliore sarà il lievito madre che ne verrà fuori: sempre più unico, più ricco di sfumature, fermento di vita che ha avuto — e continua ad avere — bisogno di silenzio, ascolto, lavoro, riflessione, introspezione. Dettagli di cui l’umano, in ogni tempo e in ogni luogo, non può smettere di avere bisogno per ritrovarsi oggi un po’ più umano di ieri.

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