Far cuocere piano piano

E. lavora in una residenza protetta per persone con HIV e, nella lentezza quotidiana della cura, testimonia che dignità e umanità si custodiscono nei dettagli e nella presenza silenziosa.
January 8, 2026
Far cuocere piano piano
E. arriva al lavoro sempre qualche minuto prima del turno. Non per zelo particolare, dice lei, ma perché le serve quel tempo di passaggio: lasciare fuori il rumore del mondo e prepararsi a entrare in un luogo dove il tempo ha un altro passo. Lavora come operatrice sanitaria in una residenza protetta per persone affette da HIV. Un posto che molti immaginano solo attraverso paure o stereotipi, ma che nella realtà è fatto soprattutto di corpi fragili, abitudini da rispettare, silenzi da ascoltare.
Col tempo, quel lavoro è diventato un modo di stare al mondo. «All’inizio avevo paura», racconta. Non tanto della malattia, quanto di non essere all’altezza delle storie che avrebbe incontrato. Perché ogni ospite porta con sé una diagnosi, sì, ma soprattutto una vita che non può essere ridotta a tre consonanti. Nella residenza le giornate scorrono lente, scandite da terapie, pasti, controlli. Ma ciò che conta davvero accade tra un gesto e l’altro: una camicia scelta con cura, una battuta ripetuta sempre uguale, un rifiuto improvviso che non va preso sul personale. E. ha imparato che prendersi cura non significa aggiustare, ma accompagnare. Che non tutto guarisce, ma molto può essere alleviato. E che la dignità non è una concessione, bensì un diritto che si custodisce nei dettagli.
Così, in questo tempo di Natale, siamo andate a conoscerli: abbiamo trascorso con loro una mattinata, e in molti ci dicevano: «Qui è come da voi: siamo insieme come una famiglia, anche se non siamo una famiglia». E. ormai è una cara amica, e con lei lo sono anche molti di quelli di cui si prende cura. Lei tornerà a trovarci e noi faremo lo stesso, perché in fondo siamo un po’ tutti la somma delle relazioni da cui ci lasciamo attraversare.
Viviamo in un tempo che chiede soluzioni rapide e risposte nette. Anche la malattia, se possibile, dovrebbe essere efficiente: curabile, invisibile, silenziosa. L’HIV, invece, costringe ancora a fare i conti con la durata, con la cronicità, con lo sguardo degli altri. Nella residenza questo sguardo viene sospeso. Qui le persone non sono “casi”, ma nomi, preferenze, umori. E. li conosce uno a uno, anche quando fingono di non avere bisogno.
C’è una lentezza necessaria in questo lavoro. Non si può accelerare un dolore, né anticipare una fiducia. Alcuni ospiti parlano molto, altri quasi per niente. Con tutti, E. ha imparato la stessa lezione: non riempire subito i vuoti. Lasciare spazio. Stare. È una competenza che non si studia sui manuali, ma si affina restando. Fuori, il mondo corre. Dentro, le cose cuociono a fuoco lento. E. torna a casa spesso stanca, a volte svuotata, ma raramente con la sensazione di essere inutile. Sa che non salverà nessuno, e forse è proprio questo che rende il suo lavoro così umano. In un tempo che misura il valore in risultati visibili, lei testimonia un’altra logica: quella della presenza discreta, della fedeltà quotidiana, del bene che non fa rumore.
Forse è da storie come la sua che si può imparare qualcosa: che la cura non è sempre eroica, ma costante; che la lentezza non è un difetto, ma una forma di rispetto; e che ci sono luoghi — e persone — in cui la vita, anche quando è ferita, continua a chiedere solo questo: tempo, attenzione, umanità. A fuoco lento. 

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