Hassan, Musa, Mohamed: ecco cosa sogna chi fugge da guerre e violenza
di Niccolò Palla, a bordo della nave Life Support
Il reportage a bordo della nave Ong di Emergency: le storie e le speranze delle persone migranti soccorse nel Mediterraneo centrale

«All Emergency staff, all Emergency staff, get ready for rescue» (Tutto il personale di emergenza si prepari per il savataggio, ndr). Sono circa le 19 del 14 marzo e intorno alla Life Support, la nave di ricerca e soccorso dell’Ong Emergency, sta scendendo la notte mentre viene avvistato un gommone bianco alla deriva. A bordo 25 persone provenienti da Sudan, Somalia, Yemen e Sud Sudan, tutte partite da Zawiya, in Libia, località ben nota per i lager dove vengono trattenuti i migranti “clandestini”. Al termine delle operazioni di soccorso all’interno dello shelter, (lo spazio dedicato all’accoglienza e al riposo di chi è stato salvato, ndr) ci sono ora in totale 123 persone. Nei giorni precedenti, infatti, la Life Support è intervenuta in altri due casi di distress: il primo nella zona Sar1, un gommone con 41 persone a bordo, il secondo la notte dello stesso giorno (il 13 marzo), altre 57. Nigeria, Senegal, Guinea Bissau e Guinea Conakry, e ancora Sud Sudan, Somalia e Sudan. Tutti salpati dalla Tripolitania a bordo di gommoni di circa sei metri, in condizioni estremamente precarie e senza giubbotti salvagente.
Per molti il viaggio è iniziato l’anno scorso, come nel caso di Hassan, studente ventiseienne sudanese, che ha lasciato gli studi in ingegneria ambientale all’Università di Al-Fashir per scappare dalla guerra nel Darfur Settentrionale, area in cui le Rsf (Rapid support forces), le milizie di Mohamed Hamdan Dagalo (noto come “Hemedti”), si sono rese responsabili di efferati crimini di guerra. «Sono arrivato in Libia separandomi dalla mia famiglia per trovare un lavoro e poi partire», racconta. «I miei genitori invece sono riusciti a scappare in Ciad, e ora sono in un campo profughi vicino al confine con il Sudan». Vicino a Hassan, nello shelter, un gruppo di ragazzi di Nyala (Darfur Meridionale) che hanno condiviso con lui il viaggio da Zawiya fino al soccorso, il primo dei tre effettuati dalla Life Support. «Siamo partiti alle quattro del mattino dalle coste libiche, ma presto il motore del gommone si è fermato e siamo finiti alla deriva», racconta Mohammed, diciannovenne, mentre gioca a scacchi con i suoi compagni. Per lui la fuga è avvenuta proprio negli scorsi mesi, a causa della guerra tra Rsf e milizie sudanesi, direttamente verso la Tripolitania: «Non ho più visto la mia famiglia, spero di poterli contattare presto, una volta in Italia, ma in questo momento non so dove siano».
Mentre lo staff logistico e medico di Emergency prepara la distribuzione del pranzo, un gruppo di cittadini nigeriani riposa intorno alla scalinata che collega lo shelter al ponte, dove due sere prima erano stati accolti a seguito di un salvataggio notturno, il più numeroso dei tre effettuati. Tra loro Musa, 45 anni, proveniente dal sud della Nigeria, scappato dalla violenza delle milizie etniche locali: «Sono arrivato in Libia dopo un anno e mezzo di viaggio. Negli attacchi al mio villaggio ho perso due dei miei quattro figli», spiega, aggiungendo che «il resto della famiglia sta bene, ma la maggior parte di loro è rimasta a casa. Parto da solo, spero di poterli aiutare trovando lavoro in Europa».
«Le condizioni a bordo erano buone, ma abbiamo avuto diversi casi di vulnerabilità che avrebbero necessitato uno sbarco immediato e sicuro», sottolinea Pau Beltrán, team leader delle attività di ricerca e soccorso sulla Life Support, in prima linea sui gommoni a chiglia rigida utilizzati per i salvataggi (Rhib) nelle operazioni di messa in sicurezza delle persone in movimento. L’assegnazione del porto di Civitavecchia, a più di 900 chilometri dall’area di soccorso, è stata ritenuta una scelta che ha messo a rischio la salute e le condizioni psicofisiche della gente a bordo. «Da qualche anno, le autorità italiane hanno messo in campo una strategia volta a colpire le ong operative nel Mediterraneo centrale, assegnando POS (port of safety) sempre più lontani – continua Beltrán – questa modalità colpisce in primo luogo chi è stato soccorso, ritardando di settimane la nostra operatività in un periodo in cui le partenze sono aumentate vertiginosamente».
La Life Support è arrivata a Civitavecchia ieri mattina, alle 8.30, mentre le procedure di sbarco delle persone soccorse sono terminate alle 14. Durante gli ultimi controlli sanitari dell’Usmaf (Ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera, ministero della Salute) e del team di Emergency Hassan e Musa sono in attesa della visita e del via libera per poter sbarcare. «Una volta a terra, spero di poter continuare con gli studi di ingegneria ambientale. Vorrei raggiungere il Regno Unito o la Svezia, le università sono ottime lì, farò un master», racconta Hamad sistemandosi la mascherina sul volto. Per Musa, la priorità è avere al più presto un’occupazione: «Non so dove mi porterà questo viaggio, spero di poter aiutare la mia famiglia trovando un lavoro qui in Italia, magari un giorno mi raggiungeranno», racconta, prima di scendere dalla nave, toccando terra per la prima volta dopo sette giorni. Fra le 123 persone soccorse, soprattutto giovani uomini, ci sono anche 20 donne e 26 minori non accompagnati.




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