Come una pasta e patate, nobile e povera

Se l’etimologia di educare, vuol dire “trarre fuori”, allora A. e E. ci insegnano a guardare l’altro per le sue possibilità, senza etichette che precludono esperienze
January 1, 2026
Come una pasta e patate, nobile e povera
Se l’arte di educare potesse avere un nome e un cognome preciso, credo che porti il nome di A. e E., sposi nella vita, che al loro matrimonio hanno riempito la cattedrale della loro città di origine di studenti più che di parenti, 500, 600, poco importa, ma la foto in bianco in nero che da poco ci hanno mostrato è testimonianza di quanto sia dal primo incontro avevamo sperimentato nel conoscerli e prendere un caffè insieme.
Trascorrono da anni le festività natalizie ad Assisi, e per questo colgono l’occasione di venirci a trovare, portando con loro una ventata di bontà, non solo culinaria, ma relazionale.
A. riesce a dire nella stessa frase detti in dialetto e latino, senza mai sbagliare un accento, in quarant’anni di insegnamento è riuscito a far apprezzare le declinazioni come una barra di musica rap che oggi vanno tanto di moda, non per il gusto estetico, ma per la bellezza e il fascino che la cultura porta con se, sempre, perché è da lì che gradualmente costruiamo il domani. Come una pasta e patate, nobile e povera, semplice e gustosa, fatta con la pasta di recupero, di forme e tagli differenti, ma al tempo stesso equilibrata, calda e profumata, cosi A. e E. ci raccontano la diversità, la nobiltà e la difficoltà di educare oggi, aneddoti, storie, preoccupazioni, gioie, risultati e consigli si mescolano in narrazioni che potrebbero trattenerci per ore tanto ricche di storie, che spesso terminano con un piccolo proverbio, “se dal cielo togliamo Dio, la terra si riempie di idoli”, senza rammarico né delusione, con il desiderio di poter fare e donarsi sempre un pò in più di ieri, con fermezza per dire quanto sia fondamentale nella società il ruolo della scuola, dell’istruzione, della cultura.
Ci sembra cosi scontato il diritto allo studio, eppure, non lo è stato sempre, è stata una conquista e per molti ancora un miraggio, tanto che troppo si banalizza o ridicolizza tenendo i discorsi sospesi ad una o all’altra riforma, ma l’esperienza ordinaria di A. e E. ci ha fatto conoscere la donazione alla propria vocazione professionale e umana, per costruire quel pezzettino di Regno di Dio di cui tutti siamo parte e responsabili, con sapore e sapienza, come due facce della stessa medaglia. Se l’etimologia di educare, vuol dire “trarre fuori”, allora A. e E. ci insegnano a guardare l’altro per le sue possibilità, senza stigmatizzarlo, senza etichette che precludono esperienze, ma che permettono di coltivare sogni, avere desideri, non sepolti nei cassetti, ma vivi e vividi in uno sguardo, in un caffè preso insieme, per riscoprire come la ricchezza del numero degli ingredienti  e la povertà della qualità degli stessi di una classica pasta e patate, non siano due cose contrastanti, ma complementari, non due esperienze escludenti, ma arricchenti, per essere ciascuno possibilità di “trarre fuori cose nuove e cose antiche”.

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