Referendum, il "no" di Ornano: «Dividere il Csm indebolirà tutte le toghe»
La presidente del tribunale di sorveglianza di Cagliari espone le ragioni del suo No: è una riforma sgrammaticata, che intacca l'autonomia e indipendenza della magistratura e crea nuovi problemi senza affrontare quelli veri della giustizia. E

«Il vero bersaglio della riforma sa qual è? Il Consiglio superiore della magistratura, che nella Costituzione vigente costituisce il presidio che assicura autonomia e indipendenza dei magistrati...». Maria Cristina Ornano risponde dal suo ufficio di presidente del Tribunale di sorveglianza di Cagliari. E, alla domanda se il testo Nordio salvaguardi indipendenza e autonomia delle toghe, ribatte con un sonoro «no. E le spiego perché. Partiamo dal Csm: in base al divide et impera, la riforma lo indebolisce, ne crea due, uno dei giudici e uno dei Pm; gli sottrae la funzione disciplinare per attribuirla a un organo esterno, l’Alta Corte, privato della garanzia del capo dello Stato; e poi sostituisce all’elezione dei componenti il sistema del sorteggio, che favorisce il controllo del potere politico.
La nuova formulazione dell’articolo 104 dunque, secondo lei, non basta?
No, non basta che l’articolo 104 riformato ribadisca che la magistratura è autonoma e indipendente dagli altri poteri, se poi il sistema viene destrutturato in modo da assicurarne il controllo da parte della maggioranza di Governo. E la nostra non è una difesa corporativa: è in gioco l’uguaglianza dei cittadini. Per attuarla, occorre che giudici e Pm non siano sottoposti al controllo politico, in modo da poter assicurare diritti e garanzie secondo legge e Costituzione.
Anche lei, come altri magistrati, teme che la riforma apra la strada a un controllo dell’esecutivo sul Pm?
Sottraendo il Pm alla cultura della giurisdizione e dei diritti, che ora grazie al Csm unico condivide col giudice, la riforma ne stravolge il modello. I Costituenti lo hanno disegnato come organo di giustizia, che, al pari del giudice, ricerca la verità processuale. Ma la riforma ne farebbe un avvocato dell’accusa, un super poliziotto che ricerca a ogni costo la condanna. Il contrario di quel “giusto processo” che i fautori della riforma dicono di voler attuare. Un esempio? Nel caso del poliziotto che ha ucciso uno spacciatore a Rogoredo, il Pm ha cercato la verità dei fatti senza farsi condizionare dalle pressioni di quella politica che, attraverso i media, aveva rappresentato una versione utile al consenso. Dopo la riforma, potrebbe resistere alle pressioni di una politica che controlla i Csm e l’azione disciplinare? Non solo: in caso di vittoria del Sì, con le leggi di attuazione si interverrà sull’obbligatorietà dell’azione penale, affidandone l’indicazione delle priorità al Governo. Per non parlare dell’intenzione di sottrarre al Pm la direzione della polizia giudiziaria.
Un cardine del testo Nordio è il sorteggio dei togati dei Csm per smontare «le logiche correntizie». Cosa ne pensa?
Che solo per i magistrati si vuole applicare la bizzarra logica dell’uno vale uno. Se per fare il consigliere superiore bastasse essere magistrato, allora qualunque medico potrebbe fare un’operazione a cuore aperto. Ma così non è, quello è un compito differente da fare il giudice o il Pm, richiede formazione, competenza e una vocazione specifica, a meno che non si voglia svilire l’alta funzione costituzionale del Csm per farne un apparato burocratico. Non solo: per i togati varrebbe il sorteggio secco, mentre per i membri laici sarebbe “temperato”. E ciò assicurerebbe alla politica la possibilità di influire su nomine, promozioni, trasferimenti e quant’altro. Tutto ciò, sommato al nuovo sistema disciplinare, è davvero un attacco all’indipendenza della magistratura.
L’Anm obietta che così non si risolvono i veri problemi della giustizia: dai tempi dei processi al sovraffollamento delle carceri. Lo pensa anche lei?
È una riforma sgrammaticata e con troppe norme in bianco. Crea problemi, anziché risolverli. Non contiene nulla che faccia funzionare meglio la giustizia e costerà ai contribuenti 106 milioni di euro in più l’anno, che potrebbero essere destinati agli uffici giudiziari, che necessitano di risorse e personale, e a migliorare i sistemi informatici. Intanto, il sovraffollamento carcerario e il degrado negli istituti rende la pena sempre più disumana, mentre è in crisi il sistema delle misure alternative. Il tutto nella sostanziale inerzia del ministero. Ma di quale giustizia parliamo?
La tensione col Governo, che dura da tempo, quanto incide sul vostro lavoro?
Quale che sia l’esito referendario, noi magistrati continueremo a lavorare senza farci condizionare dalla campagna di delegittimazione messa in campo strumentalmente a sostegno del Sì, anche attraverso attacchi brutali e infondati, come l’accusa ai giudici di «liberare assassini, stupratori e rapinatori». Ma è un gioco pericoloso, che mina il sentimento di fiducia dei cittadini nella giustizia. E dunque nella democrazia, che non c’è senza giustizia. Un gioco che alla lunga pagheremo tutti. Bisogna interromperlo, con senso di responsabilità, prima che sia tardi.
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