Mattarella ha promulgato la legge elettorale. Ora tocca alla Consulta: sono due i punti sotto esame
di Angelo Picariello, Roma
La decisione del Quirinale è frutto anche della "moral suasion" esercitata nei confronti del governo negli ultimi mesi, che ha via via portato a dei correttivi rispetto al testo originario. Il nodo delle firme per i partiti non presenti e il mancato rispetto dell'alternanza di genere saranno i nodi principali da sciogliere per la Corte Costituzionale

Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha promulgato la legge elettorale approvata in via definitiva giovedì dalla Camera. Nessun indugio, nessun esame particolarmente approfondito è stato necessario per un testo che era d’altronde già da giorni nella cognizione degli uffici del Quirinale in quella che sarebbe poi diventata la versione definitiva. Con i ricorsi già in pista, essendo piuttosto esigui i tempi a disposizione della Corte Costituzionale per pronunciarsi prima dello scioglimento delle Camere, manca ora solo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, perché essi possano essere trasmessi alla Consulta. Giusto qualche giorno per gli adempimenti materiali necessari.
La scelta del Quirinale può esser letta anche come un segnale ben preciso: si lasci il tempo, ora, alla Consulta, per dare il suo parere. D’altronde in corso d’opera la moral suasion, o per meglio dire la «leale collaborazione» richiesta fra organi dello Stato, aveva già portato a dei correttivi man mano inseriti nel testo. Dal recupero delle liste sotto il 3%, che rischiava di rendere ininfluente ai fini dei consensi alla coalizione, il voto anche di un milione e mezzo di elettori, al problema del disallineamento dei collegi di Trento e Bolzano; dall’abbassamento del premio di maggioranza all’innalzamento della soglia minima inizialmente previsto al 40; dalla salvaguardia del non vincolo di mandato per i parlamentari all’inserimento della formula che fa salve le prerogative del capo dello Stato nell’indicazione del candidato premier. Tutti problemi emersi nel corso di questa interlocuzione ai quali la maggioranza in Parlamento ha posto dei rimedi.
Si è anche parlato di un colloquio intercorso sul tema fra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni, in realtà si tratta di un incontro avvenuto tempo fa, volto a favorire questo clima costruttivo – che il Quirinale non ha fatto mai mancare, in realtà – anche se poi altri temi sono stati aggiunti all’ultimo momento, e non è un caso che dell’abnorme aumento delle firme per i partiti non presenti in Parlamento e il mancato rispetto dell’alternanza di genere per i capilista (che costituiranno potenzialmente un terzo del Parlamento) inseriti entrambi nelle fasi finali, si parli insistentemente, ora, come dei due temi più a rischio di correzione della Consulta. Si tratterebbe in ogni caso di correzioni auto-applicative – come sostiene (e non è il solo) il costituzionalista di area dem Stefano Ceccanti – che non richiederebbero cioè un ritorno in Aula del testo, con tutte le complicazioni del caso.
Temi, questi ultimi due, che il Quirinale avrebbe anche potuto mettere sotto la lente subito, in sede di promulgazione. Ma con quali effetti? Sia che il Parlamento avesse scelto di correggere il tiro, sia che avesse scelto di confermare le sue determinazioni – come la Costituzione consente, nonostante i rilievi del Capo dello Stato – l’effetto sarebbe stato comunque un allungamento dei tempi, col rischio di precludere o di rendere più complicato il pronunciamento della Consulta prima dello scioglimento. Un corto circuito istituzionale che il Quirinale ha inteso evitare.
Una volta disposto il via libera senza indugio alla legge, Mattarella ha tutta la possibilità di chiedere e ottenere un fine legislatura “ordinato” nella fissazione di una data per lo scioglimento – in stretta interlocuzione con i partiti, e in primis con la maggioranza – che possa consentire alla Consulta di non agire in affanno, e altrettanto al Governo se dovranno essere apportati dei correttivi in base alla sentenza che verrà. Contro l’anticipo del voto pesa anche la raccomandazione europea, da parte della “Commissione di Venezia”, di evitare di cambiare la legge elettorale a meno di un anno dalle elezioni.
D’altronde Mattarella ha chiarito più volte che promulgare non significa approvare, né può considerarsi un via libera costituzionale anticipato. I punti contestati da tanti costituzionalisti restano quindi sub iudice, a partire dal premio di maggioranza, in grado – a questi livelli di partecipazione al voto – di offrire il pieno controllo del Parlamento a un quarto degli elettori o poco più, se a non andare a votare sarà ancora una quota vicina al 40%. In questa chiave il mancato rispetto dell’alternanza di genere e soprattutto l’enorme appesantimento burocratico per i nuovi partiti, a maggior ragione, sono i temi da ritenersi più a rischio.
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