giovedì 21 dicembre 2017
Nel discorso di papa Francesco alla Curia Romana l'invito a superare la logica dei complotti. «Ma la stragrande maggioranza lavora con impegno, fedeltà e tanta santità»
Il Papa: anche nella Curia traditori e approfittatori
COMMENTA E CONDIVIDI

Se la Curia si chiude in sé stessa non solo tradisce l’obiettivo della sua esistenza, si condanna all’autodistruzione. È il quinto anno di lavoro sulle riforme e nel suo quinto discorso per gli auguri natalizi ai collaboratori della Curia romana papa Francesco chiede che si superino le logiche dei complotti e delle cerchie autoreferenziali che oscurano la natura della Curia «progettata ad extra, in quanto legata all’universalità del Ministero petrino, al servizio della Parola e dell’annuncio della Buona Novella», e non manca di criticare i «traditori di fiducia» o degli «approfittatori della maternità della Chiesa» , cioè quelle «persone selezionate» per dare un maggior vigore al corpo e alla riforma, ma che invece «si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria».

Dopo che nei precedenti incontri natalizi aveva rivolto lo sguardo all’interno e avendo a modello i Padri del deserto si era prima soffermato su alcune “malattie” della Curia, poi su una sorta di catalogo delle virtù necessarie a chi vi presta servizio e nel discorso del 2016 su come anche nella Curia il semper reformanda deve trasformarsi in una personale e strutturale conversione permanente, è ora sul “sensus curiae”, sulla realtà della Curia ad extra, ossia il rapporto della Curia con il mondo esterno, con le Nazioni, con le chiese particolari, con le Chiese Orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’Islam e le altre Confessioni che il Papa quest’anno vuole far soffermare l’attenzione, sottolineando che le sue riflessioni si basano certamente sui principi basilari e canonici della Curia, sulla stessa storia della Curia, ma anche sulla «visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale Riforma in corso».

La logica dei complotti è un cancro

Ad bonum totius corporis Francesco spiega che l’universalità del servizio della Curia proviene e scaturisce dalla cattolicità del Ministero petrino ed è pensando a questa finalità ministeriale, petrina e curiale, ossia di servizio, ha fatto ricorso all’espressione di un “primato diaconale”, secondo l’immagine di San Gregorio Magno del Servus servorum Dei, espressione della ferma volontà di imitare Cristo, il quale assunse la forma di servo. Per l’operato della Curia ad extra, Francesco parla quindi degli aspetti legati al «primato diaconale», dei «sensi costituzionali» e delle «fedeli antenne emittenti e riceventi» che la Curia proiettata nella missione operando in maniera conforme alla sua natura e alla sua finalità in comunione con il Papa deve avere. «I sensi ci aiutano a cogliere il reale e ugualmente a collocarci nel reale» e afferma il Papa: «Questo è molto importante per superare quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano - nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni - un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano».

Il pericolo legato ai traditori di fiducia

Poi riprende con parole forti il «pericolo» costituito dai «traditori di fiducia» o dagli «approfittatori della maternità della Chiesa additando quelle «persone che vengono selezionate accuratamente per dare un maggior vigore al corpo e alla riforma, ma - non comprendendo l’elevatezza della loro responsabilità - si lasciano corrompere dall’ambizione o dalla vanagloria e quando vengono delicatamente allontanate si auto-dichiarano erroneamente martiri del sistema, del “Papa non informato”, della “vecchia guardia” … invece di recitare il “mea culpa”».

La maggioranza lavora con lodevole impegno

«Accanto a queste persone – afferma ancora Francesco - ve ne sono poi altre che ancora vi operano, a cui si dà tutto il tempo per riprendere la giusta via, nella speranza che trovino nella pazienza della Chiesa un’opportunità per convertirsi e non per approfittarsene. Questo certamente senza dimenticare la stragrande parte di persone fedeli che vi lavorano con lodevole impegno, fedeltà, competenza, dedizione e anche tanta santità».

I dicasteri della Curia siano antenne sensibili

La Curia deve funzionare come un’antenna e deve cogliere le istanze, le domande, le richieste, le grida, le gioie e le lacrime delle Chiese e del mondo in modo da trasmetterle al Vescovo di Roma. Così gli ambiti di lavoro a partire da quello del rapporto con le nazioni dove ribadisce, dopo aver citato la neonata Terza Sezione della Segretria di Stato, che l’unico interesse della Diplomazia Vaticana è quello di essere libera da qualsiasi interesse mondano o materiale. e che la Santa Sede quindi è presente sulla scena mondiale per collaborare con tutte le persone e le Nazioni di buona volontà e per ribadire sempre l’importanza di custodire la «nostra casa comune» da ogni egoismo distruttivo; per affermare che le guerre portano solo morte e distruzione; per attingere dal passato i necessari insegnamenti che ci aiutano a vivere meglio il presente, a costruire solidamente il futuro e a salvaguardarlo per le nuove generazioni». Per il rapporto che lega la Curia romana alle diocesi il Papa ricorda che è basato «sulla collaborazione, sulla fiducia e mai sulla superiorità o sull’avversità». Si sofferma poi sui rapporti con le Chiese Orientali e insiste sul dialogo ecumenico che «è un cammino irreversibile e non in retromarcia».

Dialogo ecumenico e interreligioso

Un cammino dal basso iniziando a camminare insieme servendo gli ultimi. «La Curia opera in questo campo per favorire l’incontro con il fratello, per sciogliere i nodi delle incomprensioni e delle ostilità, e per contrastare i pregiudizi e la paura dell’altro». Infine il rapporto della Curia con l’ebraismo, l’islam e le altre confessioni, centrato su un dialogo costruito su tre orientamenti: «Il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni». Chi «è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada». Gli incontri avvenuti con le autorità religiose nei diversi viaggi apostolici e negli incontri in Vaticano, ne sono la concreta prova. Al termine della panoramica sull’operato della Curia ad extra la conclusione è sulla fede affermando «che una fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci» e cita il mistico tedesco del Seicento, Angelo Silesio, che nel suo Il Pellegrino Cherubico scrisse: «Dipende solo da te».


IL TESTO DEL DISCORSO

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: