giovedì 29 marzo 2018
Per la quarta volta in 5 anni di Pontificato, il Papa sceglie un carcere per compiere il rito della Lavanda dei piedi. Padre Trani: la sua visita esprime massima attenzione alla persone
Nel 2015 papa Francesco lavò i piedi ai carcerati di Rebibbia (Archivio Osservatore Romano).

Nel 2015 papa Francesco lavò i piedi ai carcerati di Rebibbia (Archivio Osservatore Romano).

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Giovedì santo: oggi si aprono le celebrazioni per il Triduo Pasquale. Dopo la Messa del Crisma in Vaticano, papa Francesco alle 16 celebra con i detenuti dello storico carcere romano di Regina Coeli la Messa in Coena Domini del Giovedì Santo. La visita oltre alla celebrazione eucaristica prevede anche l’incontro con i detenuti ammalati, ricoverati nell'infermeria della struttura, e quello con i carcerati della VIII Sezione, dove si scontano reati di natura sessuale. Oltre 600 i partecipanti all'incontro, tra detenuti e personale carcerario. 12 detenuti di diverse nazionalità e religioni ricevono la lavanda dei piedi dal Papa.

Tra loro ci sono cattolici, protestanti, ortodossi, buddisti e musulmani di diverse nazionalità a rappresentare la composizione multietnica dello storico penitenziario romano nel cuore di Trastevere. Come riporta il Sir, essendo un carcere di prima accoglienza il 60-65% della popolazione è costituito da giovani tra i 18 e i 35 anni, appartenenti a 60 diverse nazionalità.

Francesco è il quarto Papa in visita a Regina Coeli, l’ultimo è stato Giovanni Paolo nel 2000, anno del Grande Giubileo. Prima di lui ci andarono anche: Paolo VI nel 1964 e Giovanni XXIII nel 1958.

E non è la prima volta che papa Francesco decide di trascorrere il Giovedì Santo con i carcerati: appena eletto andò nel carcere minorile di Casal del Marmo; tre anni fa Rebibbia; l’anno scorso nella casa di reclusione di Paliano, in provincia di Frosinone.

L'intervista al cappellano del carcere Regina Coeli e l'attesa per papa Francesco

«Una brezza fresca per chi sta dentro». E «un invito per chi sta fuori, perché la detenzione sia organizzata in modo non disumano, né contrario alla dignità delle persone». Il francescano padre Vittorio Trani, 'storico' cappellano di Regina Coeli, racconta la gioia dei suoi 'parrocchiani' per l’attenzione e l’amore che papa Francesco dimostra al loro mondo separato e sofferente.

Francesco conferma la sua grande attenzione per i carcerati: Casal del Marmo, Rebibbia, Paliano. Ora Regina Coeli, un chilometro in linea d’aria dal Vaticano.

Ci farà sentire il profumo della sua visione evangelica. I detenuti lo aspettavano, sanno di essere a pieno titolo tra le categorie delle persone in difficoltà per le quali il Papa ha la massima attenzione. Percepiscono una familiarità. Tutti, cristiani e non cristiani. È una persona che supera le appartenenze religiose.

Molti gli stranieri a Regina Coeli. Come hanno accolto la notizia i detenuti musulmani?

Molti vivono a Roma da anni e sono abituati a convivere col mondo cristiano. E anche i musulmani sono felicissimi. Due loro saranno tra i dodici che avranno il privilegio della lavanda dei piedi. Uno mi ha chiesto: gli posso parlare? Noi abbiamo chiesto liberamente chi volesse partecipare e pochissimi hanno detto di no. Ad ascoltare il Papa ci saranno cattolici, ortodossi, islamici, non credenti. La dimensione umana dell’incontro è più ampia di quella strettamente religiosa. L’ingresso di papa Francesco a Regina Coeli è una brezza che arriva sul volto di tutti, di chi nel cuore ha fede e di chi non ce l’ha. È la brezza dell’attenzione all’uomo, che in carcere manca come l’aria. Chi arriva in cella sente crescere attorno una negatività. «Ma il Papa viene proprio per me», pensano. È qualcosa di straordinario. La massima espressione dell’attenzione alla persona, spesso stritolata nel meccanismo della giustizia umana. Anche i mezzi di comunicazione, per sensazionalismo, non risparmiano nulla. Scorgere una mano amica, un sorriso è una cosa bellissima.

Francesco spesso ha ripetuto, visitando i carcerati fin da quando era arcivescovo di Buenos Aires, «perché loro e non io?».

Io vedo da vicino tante vicende che riflettono situazioni umane drammatiche. Andare fuori strada è un rischio sempre dietro l’angolo: problemi di sopravvivenza, malattia di un familiare... Sono tante le ragioni per cui uno può arrivare a trovarsi implicato in vicende giudiziarie. Potrebbe capitare a tutti. In questi anni poi abbiamo visto, da Mani pulite in poi, persone catapultate da un giorno all'altro in carcere. Salvo poi, dopo 8 o 10 anni, risultare estranee ai fatti. Ma intanto vivono un dramma enorme. Potrebbe capitare anche a me (dice sorridendo, ndr). La giustizia degli uomini è troppo lacunosa. La presunzione di innocenza spesso passa in secondo piano rispetto al desiderio di concludere un’indagine.

Gesù fa la lavanda dei piedi alla vigilia del suo arresto.

E viene chiuso in prigione, per qualche ora. Gesù non solo ha detto «visitate i carcerati». Lui stesso non si è risparmiato nulla per condividere la nostra misera condizione umana. Tutti papi venuti qui – Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II – hanno sottolineato questa elementare esigenza cristiana, l’attenzione al fratello più in difficoltà. Visitare i carcerati è uno dei punti più alti del Vangelo, come perdonare 70 volte 7, pregare per i nemici. Cose umanamente difficili da accettare, ma Gesù ce le ha indicate come un percorso nuovo. Perfino sulla croce ha perdonato. Mi auguro che la scia di luce che porterà il Papa duri a lungo. E crei attenzione su questo mondo sofferente da parte di chi gestisce l’amministrazione della pena, per migliorare le condizioni dei detenuti e riconoscerne la dignità di persone.

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