venerdì 1 febbraio 2019
Alla Commissione per il dialogo con le Chiese orientali: il Medio Oriente diventi terra di pace, i nostri fratelli cristiani siano riconosciuti come cittadini a pieno titolo e con uguali diritti
Il Papa con la Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali (Vatican Media/LaPresse)

Il Papa con la Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali (Vatican Media/LaPresse)

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Il «seme della comunione» fra i cristiani, e in specifico con le Chiese d’Oriente, è «germogliato» con il Concilio Vaticano II e il cammino di avvicinamento che ne è seguito, ma «continua ad essere irrigato dal sangue dei testimoni dell’unità, dal tanto sangue versato dai martiri del nostro tempo: membri di Chiese diverse che, uniti dalla comune sofferenza per il nome di Gesù, ora condividono la stessa gloria». A questo topos della sua predicazione Francesco è tornato ieri ricevendo in udienza i membri della “Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali”, riunitasi a Roma per la sua sedicesima sessione. La Commissione ha preso avvio nel 2003 per iniziativa del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e le autorità della Chiesa copta ortodossa, Chiesa siro-ortodossa, Chiesa armena apostolica, Chiesa ortodossa d’Etiopia, Chiesa ortodossa d’Eritrea e Chiesa ortodossa sira del Malankar. Si tratta in sostanza delle Chiese che non accettarono il Concilio di Calcedonia del 451, dove fu definita la dottrina sulla natura di Cristo (due nature distinte, vero Dio e vero uomo, in una sola persona) e che sono state a lungo catalogate come Chiese monofisite (monofisismo, ovvero Cristo dotato di un’unica natura, divina) ma impropriamente, visto che per esempio la Chiesa copta ortodossa professa la dottrina miafisita (ossia due nature, divina e umana, non distinte ma unite e indivisibili). La Commissione in questione non è quindi da confondere con la “Commissione mista internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa (nel suo insieme)”, istituita da san Giovanni Paolo II e il patriarca ecumenico Dimitrios I in occasione della visita che il Pontefice polacco effettuò al Fanar nel 1979.

«Com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!» ha detto Francesco ieri ai presenti, citando le parole del Salmista, «è una gioia per me accogliervi ogni due anni a Roma in occasione del vostro dialogo, che l’anno scorso si svolse presso la sede di Santa Etchmiadzin su invito della Chiesa apostolica armena». La Commissione in circa 15 anni di dialogo ha prodotto due documenti, Natura, costituzione e missione della Chiesa (2009) e Esercizio della comunione nella vita della Chiesa antica e sue implicazioni per la nostra ricerca della comunione oggi (2015). Dalla riunione del Cairo nel 2016 la riflessione comune si è orientata sui sacramenti – e tale riflessione «possa aiutarci a proseguire il percorso verso la piena comunione, verso la celebrazione comune della santa Eucaristia» ha sottolineato il Papa – l’ultima sessione ha riguardato in particolare il sacramento del matrimonio.

«Molti di voi – ha sottolineato in ultimo Bergoglio – appartengono a Chiese del Medio Oriente terribilmente provate dalla guerra, dalla violenza e dalle persecuzioni. Incontrandovi, torno con la memoria al recente incontro di Bari, che ci ha visti insieme, come capi di Chiese, per una intensa giornata di preghiera e di riflessione sulla situazione del Medio Oriente, esperienza che, mi auguro, potrà essere ripetuta». «Desidero assicurare a tutti i fedeli in Medio Oriente la mia vicinanza – ha proseguito Francesco – il mio costante pensiero e la mia preghiera affinché quelle terre, uniche nel piano salvifico di Dio, dopo la lunga notte dei conflitti possano intravedere un’alba di pace. Il Medio Oriente deve diventare terra di pace, non può continuare ad essere terreno di scontro. La guerra, figlia del potere e della miseria, ceda il posto alla pace, figlia del diritto e della giustizia, e anche i nostri fratelli cristiani siano riconosciuti come cittadini a pieno titolo e con uguali diritti».

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