Il negoziato sottotraccia che ha portato alla liberazione di Trentini (e le trattative per gli altri italiani)

La ricostruzione, passo dopo passo, della tela diplomatica per la scarcerazione del cooperante, durata 423 giorni: dall'arresto senza accuse ai mesi di silenzio, passando per la mediazione politica e della Chiesa, fino all'annuncio.
January 12, 2026
Il negoziato sottotraccia che ha portato alla liberazione di Trentini (e le trattative per gli altri italiani)
Alberto Trentini e Mario Burlò, fotografati nella residenza dell'ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito /ANSA MINISTERO DEGLI ESTERI -NPK
Ci sono voluti 423 lunghissimi giorni per far scarcerare e riportare a casa il cooperante 46enne Alberto Trentini, arrestato senza accuse precise in Venezuela il 15 novembre 2024 e scarcerato alle cinque della notte scorsa (ora italiana), quando a Caracas stava per scoccare la mezzanotte. Una trattativa fra Governi, snervante ed estenuante, condotta sottotraccia lungo le vie riservate dei canali diplomatici e con l'appoggio discreto della Chiesa venezuelana, che si è spesa anche per la liberazione dei restanti 27 italiani detenuti per "motivi politici" (ne resterebbero ancora 24 dietro le sbarre). Un negoziato segnato da lunghi silenzi della controparte venezuelana e da lunghe giornate di sconforto durante i momenti di stop. Poi sono arrivati improvvisamente gli spiragli - aperti dal terremoto politico innescato dal blitz delle forze militari Usa che ha catturato il presidente Nicolas Maduro e la consorte Cilia Flores, aprendo le porte di Palacio Miraflores alla neo presidente Delcy Rodriguez - e infine la liberazione. Con un momento di svolta politica, segnato dal messaggio "aperturista" della premier Giorgia Meloni, venerdì mattina, nei confronti della stessa Rodriguez, animata dal canto suo dal desiderio di stabilire relazioni con le cancellerie europee per irrobustire la tenuta ancora traballante del proprio, neonato, esecutivo post madurista.
L'arresto nel 2024 e la cella nel carcere di massima sicurezza
Nell'autunno del 2024, l'operatore umanitario veneziano si trovava nel Paese sudamericano da meno di un mese, per conto della Ong Humanity & Inclusion, impegnata nell'assistenza alle persone con disabilità in quel territorio. Il 46enne era arrivato a Caracas il 17 ottobre. E il 15 novembre è stato fermato davanti a un posto di blocco, mentre viaggiava verso la località di Guasdualito per portare aiuti alle comunità locali. Quando era stato arrestato, senza accuse precise, non aveva con sé le medicine di cui aveva bisogno. Poi era stato condotto in un carcere di massima sicurezza, El Rodeo I, nella località di Guatire,a 30 chilometri da Caracas. Un palazzone di cemento con le sbarre su cui aleggia una sinistra fama: costruito negli anni Ottanta del Novecento, è uno dei luoghi di detenzione peggiori del Paese. 
La snervante fase del "silenzio", poi le prime telefonate
Nelle prime settimane non si era saputo nulla sulla sua detenzione. E per oltre due mesi le autorità non avevano fornito notizie né hanno permesso alcun contatto con lui. Poi, nel mese di gennaio del 2025, una nota di Palazzo Chigi aveva fatto sapere che la diplomazia italiana stava "attivando tutti i canali possibili per garantire una soluzione positiva e tempestiva", garantendo "massima attenzione fin dall'inizio". Dopo 181 giorni, la cappa di silenzio si è incrinata: il 15 maggio, finalmente c'è stata la prima delle tre telefonate (le altre sono seguite il 26 luglio e il 9 ottobre) che -secondo fonti qualificate consultate da Avvenire - Trentini ha potuto fare alla famiglia: il cooperante ha parlato con la famiglia, rassicurando di essere in buone condizioni e di ricevere le cure mediche di cui aveva bisogno. Un contatto, ottenuto dopo lunghe pressioni diplomatiche, accolto con sollievo anche dal Governo, col viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli pronto a definirlo "un passo in avanti frutto di un lungo lavoro di mediazione diplomatica". Un mese prima, ad aprile, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva telefonato alla madre di Trentini, Armanda Colusso, per rassicurarla sull'impegno delle istituzioni, garantendole che il Governo era "al lavoro per riportarlo a casa".
Un anno di carcere e lo sfogo di mamma Armanda
Poi però altri mesi erano trascorsi senza novità. Quindi, allo scadere di un anno dall'arresto, in occasione del primo anniversario della detenzione del cooperante, sua madre, in una conferenza stampa nella sede del Comune di Milano, aveva puntato il dito contro l'esecutivo: "Fino ad agosto il nostro governo non aveva avuto alcun contatto col governo venezuelano e ciò dimostra quanto poco si sono spesi per mio figlio - aveva detto la signora Armanda Colusso - . Sono qui dopo 365 giorni a esprimere indignazione. Per Alberto non si è fatto ciò che era doveroso fare. Sono stata troppo paziente ed educata, ma ora la pazienza è finita". Una linea dura che si è poi ammorbidita, nel confronto con la premier Meloni, col ministro degli Esteri Antonio Tajani e col sottosegretario a Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano, al quale afferisce politicamente il comparto dell'intelligence. Ai Trentini, il Governo ha sempre chiesto pazienza e riserbo, garantendo che una soluzione sarebbe arrivata.
La mediazione sotterranea e la sponda fattiva della Chiesa
Mese dopo mese, le trattative lungo i canali "carsici" della diplomazia non si sono mai interrotte. Secondo quanto hanno riferito fonti qualificate ad Avvenire, la trattativa per la liberazione di Trentini si è intensificata negli ultimi mesi. Nel negoziato, hanno fatto sapere le fonti, ha avuto un ruolo sottotraccia ma cruciale anche la Chiesa cattolica, capace di svolgere una importante azione di mediazione con le autorità venezuelane sul tema dei detenuti politici. Un passaggio sarebbe avvenuto, viene spiegato, il 19 ottobre scorso in occasione della canonizzazione dei primi santi venezuelani (José Gregorio Hernandez Cisneros e Maria Carmen Rendiles Martinez) a cui ha preso parte fra gli altri l’arcivescovo di Caracas, monsignor Raúl Biord Castillo. Di recente, con Maduro ancora presidente, il Governo venezuelano avrebbe preteso un “riconoscimento politico” in cambio della liberazione di Trentini. Un gesto sul quale il Governo italiano si sarebbe mostrato scettico, nella consapevolezza dell'autoritarismo del regime venezuelano e del mancato riconoscimento internazionale della vittoria delle elezioni del 2024, perse da Maduro ma ribaltate coi brogli.
Il gelo politico e il flop della missione dell'inviato speciale
Un primo vero tentativo di accorciare le distanze politiche per poter trattare la liberazione era stato effettuato nell'estate. A luglio Luigi Vignali, direttore generale per gli italiani all’estero e politiche migratorie della Farnesina, era stato nominato inviato speciale di Roma a Caracas per i connazionali ancora detenuti in Venezuela. La decisione era stata presa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, d’intesa con la presidente del Consiglio. Ma la sua prima missione a Caracas si era chiusa con un nulla di fatto: le autorità bolivariane non lo avevano ricevuto, sbarrando la porta al dialogo e inducendolo a tornare a Roma senza buone notizie.
Le visite in cella dell'ambasciatore, le privazioni e il dimagrimento 
Tuttavia, le feluche e gli 007 italiani non sono rimasti con le mani in mano. Nel corso dei mesi, l'ambasciatore italiano a Caracas, Giovanni Umberto De Vito, ha insistito per «Per dovere di riserbo nel pieno delle trattative, come è stato detto autorevolmente da Roma, c'è massima attenzione, massimo impegno dell'ambasciata e del Governo, ma non dico una parola di più, che rischierebbe solo di fare dei danni», taglia corto. Il 23 settembre, quando ha potuto effettuare la prima visita consolare, l’alto diplomatico ha trovato Trentini «dimagrito di 5/6 kg». E il 27 novembre, durante una seconda visita, il cooperante ha riferito di essere stato rinviato a giudizio.
La svolta dopo il blitz Usa
Nei giorni scorsi, l'incursione militare statunitense su Caracas e il regime change "morbido" innescato dalla cattura del presidente Maduro hanno riacceso le speranze. il blitz militare degli Usa e la sua cattura hanno messo una nuova interlocutrice, la neopresidente Delcy Rodriguez, di fronte al Governo Meloni. «Speriamo che con lei il dialogo sia più facile», ha valutato il ministro Tajani, aggiungendo di aver avuto assicurazioni del rinnovato «impegno» del segretario di Stato Usa Marco Rubio sulla questione. La trattativa si è fatta dunque politica, col supporto dell’intelligence e del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. A Palazzo Chigi e alla Farnesina si è fatto «il possibile e l’impossibile» per favorire la liberazione di tutti i detenuti “politici” italiani, per citare ancora il ministro Tajani. Per favorire le trattative, alla famiglia è stata chiesta prudentemente la consegna del silenzio: "La nostra famiglia sta vivendo giornate di angoscia e di speranza - si sono limitati a dire i genitori di Alberto, durante lunghe giornate trascorse al telefono -. Chiediamo a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualunque strumentalizzazione perché ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione".
L'ultimo stop and go: la telefonata a Machado e il messaggio a Rodriguez
E siamo agli ultimi giorni, quando l'annuncio della liberazione di un "numero importante" di detenuti politici (sugli oltre 900 ancora trattenuti dal regime) da parte del presidente dell'Assemblea nazionale Jorge Rodriguez (fratello della presidente Delcy) ha fatto riaccendere la fiammella della speranza. Quindi è arrivata la scarcerazione dei due primi "presos politicos" italiani, il giornalista Biagio Pilieri e l'imprenditore petrolifero Luigi Gasperin. E ciò ha indotto a ipotizzare che si potessero riportare subito a casa anche Trentini e gli altri 25 detenuti italiani (di cui non si sapeva nulla e la cui lista è stata anticipata in esclusiva la scorsa settimana da Avvenire e poi rilanciata da tutti i media). Ma per Alberto, per Mario Burlò e per gli altri italiani i cancelli del carcere non si sono schiusi subito. Una delusione per l'opinione pubblica italiana, ma che non ha frenato le trattative sotto traccia del Governo. C'è chi ritiene che al nuovo esecutivo post madurista venezuelano non sia piaciuto l'annuncio di una telefonata della premier italiana alla leader dell'opposizione e premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado. E che, per controbilanciare e placare quell'irritazione, nel giorno della conferenza stampa annuale sul bilancio del Governo, Giorgia Meloni abbia diffuso una nota aperturista verso la nuova presidente venezuelana: "Seguo con attenzione la situazione in Venezuela e auspico che con la presidente Delcy Rodríguez si apra una nuova stagione di relazioni costruttive fra Roma e Caracas - si legge nella nota -. In tal senso esprimo gratitudine per la scelta di avviare la liberazione di detenuti politici, fra i quali anche italiani, e spero vivamente che questo percorso prosegua con ulteriori passi nella medesima direzione". Un chiaro segnale, una mano tesa - pur con la sobrietà e la cautela necessarie in diplomazia - nei confronti del desiderio del nuovo esecutivo venezuelano e della sua presidente di accreditarsi presso alcuni Governi occidentali ed europei per garantire un orizzonte di durata maggiore al proprio gabinetto. Un anelito che sarebbe confermato anche da altri negoziati avviati con riserbo fra il suo Governo e le compagnie petrolifere di diversi Paesi, compresa l'Eni, per ridiscutere le condizioni commerciali dei contratti sulle risorse energetiche legate agli idrocarburi.
L'ultimo atto: la liberazione e il volo verso Roma
Una distensione politica che potrebbe aver favorito l'ultimo passo verso la scarcerazione di Alberto. Nelle scorse ore, le comunicazioni diplomatiche lungo i "canali" fra Roma e Caracas si sono intensificate, con la sponda locale dell'ambasciatore italiano a Caracas. E finalmente, nella notte italiana, il ministro degli Esteri Tajani ha comunicato la svolta,  che gli era stata preannunciata al telefono dal suo omologo venezuelano verso le 20 ora italiana: «Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e sono nella sede dell'ambasciata d'Italia a Caracas», ha detto Tajani, mentre iniziava già a circolare una fotografia che ritraeva i due nell'ambasciata italiana di Caracas. «Ho parlato con i nostri due connazionali, che sono in buone condizioni. Presto rientreranno in Italia. La loro liberazione è un forte segnale da parte della presidente ad interim Delcy Rodriguez che il governo italiano apprezza molto» ha aggiunto il ministro. E subito è seguita una nota ufficiale della premier Meloni: "Accolgo con gioia e soddisfazione la liberazione dei connazionali Alberto Trentini e Mario Burlò, che si trovano ora in sicurezza presso l'Ambasciata d'Italia a Caracas. Ho parlato con loro, e un aereo è già partito da Roma per riportarli a casa". Meloni non manca di "esprimere, a nome del Governo italiano, un sentito ringraziamento alle Autorità di Caracas, a partire dal Presidente Rodriguez, per la costruttiva collaborazione dimostrata in questi ultimi giorni e a tutte le istituzioni e alle persone che, in Italia, hanno operato con impegno e discrezione per il raggiungimento di questo importante risultato". Trentini, e Burlò che è stato liberato insieme a lui, potrebbero essere in Italia nella tarda mattinata di domani. Ma il lavoro diplomatico non cessa per riportare in libertà anche gli altri 24 detenuti "politici" di nazionalità italiana ancora rinchiusi nelle carceri venezuelane.

© RIPRODUZIONE RISERVATA