giovedì 29 marzo 2018
Al Regina Coeli di Roma Francesco ha incontrato i detenuti ammalati e ha lasciato in dono un altare. Parole di speranza: Gesù è venuto a servirci. E una confidenza: mi dovrò operare di cataratta
Papa Francesco lava i piedi ai carcerati di Regina Coeli (Lapresse / Vatican Media)

Papa Francesco lava i piedi ai carcerati di Regina Coeli (Lapresse / Vatican Media)

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Giovedì santo: oggi si aprono le celebrazioni per il Triduo Pasquale. Dopo la Messa del Crisma in Vaticano, papa Francesco ha celebrato con i detenuti dello storico carcere romano di Regina Coeli la Messa in Coena Domini del Giovedì Santo.

Francesco è il quarto Papa in visita a Regina Coeli, l’ultimo è stato Giovanni Paolo nel 2000, anno del Grande Giubileo. Prima di lui ci andarono anche: Paolo VI nel 1964 e Giovanni XXIII nel 1958.

Papa Francesco tra i carcerati

(di Gianni Cardinale) Una pena «che non è aperta alla speranza non è cristiana e non è umana». Lo ha ribadito con forza papa Francesco nel carcere di Regina Coeli, al termine della celebrazione della Messa in Coena Domini. «Ogni pena deve essere aperta all’orizzonte della speranza. - ha insistito il Pontefice - Per questo non è né umana né cristiana la pena di morte. Ogni pena deve essere aperta alla speranza, al reinserimento, anche per dare l’esperienza vissuta per il bene delle altre persone».

Nel corso del rito il vescovo di Roma ha lavato i piedi a dodici detenuti provenienti da sette diversi Paesi: quattro italiani, due filippini, due marocchini, un moldavo, un colombiano, un nigeriano e uno della Sierra Leone. Otto di loro sono di religione cattolica; due musulmani; uno ortodosso e uno buddista.

Nell’omelia papa Francesco ha ricordato che lavando i piedi ai suoi, compito ai suoi tempi riservato agli schiavi, «Gesù capovolge l’abitudine storica, culturale di quell’epoca - anche questa di oggi -», affermando che chi «comanda, per essere un bravo capo, sia dove sia, deve servire». E ha aggiunto: «Io penso tante volte - non a questo tempo perché ognuno ancora è vivo e ha l’opportunità di cambiare vita e non possiamo giudicare, ma pensiamo alla storia - se tanti re, imperatori, capi di Stato avessero capito questo insegnamento di Gesù e invece di comandare, di essere crudeli, di uccidere la gente avessero fatto questo, quante guerre non sarebbero state fatte».

Gesù «viene a servirci», ha proseguito papa Francesco. Egli «non si chiama Ponzio Pilato. Gesù non sa lavarsi le mani». E «il segnale che ci serve oggi qui, al carcere di Regina Coeli», ha aggiunto, è «che ha voluto scegliere 12 di voi, come i 12 apostoli, per lavare i piedi». «Oggi io, che sono peccatore come voi, ma rappresento Gesù, sono ambasciatore di Gesù», ha aggiunto. «Oggi, - ha rimarcato - quando io mi inchino davanti a ognuno di voi, pensate: "Gesù ha rischiato in quest’uomo, un peccatore, per venire da me e dirmi che mi ama". Questo è il servizio, questo è Gesù: non ci abbandona mai; non si stanca mai di perdonarci. Ci ama tanto. Guardate come rischia, Gesù».

La visita di Papa Francesco a Regina Coeli ha avuto un carattere strettamente privato. Non c’è stata diretta televisiva e la Radio Vaticana si è limitata a trasmettere in diretta la lettura del Vangelo di Giovanni e l’omelia del Pontefice e le sue parole finali, nonché le accorate e commosse parole di ringraziamento della direttrice Silvana Sergi e il «grazie, grazie, grazie» di un detenuto, Alessandro. Proprio dopo queste parole il Pontefice ha sottolineato che una pena senza speranza non è umana, né cristiana. E ha invitato i detenuti a «rinnovare lo sguardo». «Questo fa bene, - ha aggiunto facendo una confidenza - perché alla mia età, per esempio, vengono le cataratte, e non si vede bene la realtà: l’anno prossimo dovremo fare l’intervento». Dunque, ha aggiunto, «non stancatevi mai di rinnovare lo sguardo. Di fare quell’intervento di cateratte all’anima, quotidiano».

Al suo arrivo il Papa ha incontrato i detenuti ammalati in infermeria. Quindi ha presieduto la liturgia che segna l’inizio del Triduo Pasquale. Lo ha fatto nella "Rotonda" del carcere - come già fecero Giovanni XXIII nel 1958, Paolo VI nel 1964 e Giovanni Paolo II nel 2000 - su un altare che poi ha lasciato in dono. L’opera, in bronzo, dello scultore Fiorenzo Bacci, era stata donata al Papa all’udienza generale del 12 novembre 2016. Il Papa ne ha fatto cenno nell’omelia («Guardate questa immagine tanto bella: Gesù chinato tra le spine, rischiando di ferirsi per prendere la pecorella smarrita»). Prima di far rientro in Vaticano, il Pontefice ha incontrato alcuni detenuti della VIII Sezione.

Quella di stasera è stata la quarta volta che Papa Francesco ha celebrato la Messa in Coena Domini in un istituto di pena. Lo aveva già fatto nel 2013 nel Carcere minorile di Casal del Marmo, nel 2015 a Rebibbia e lo scorso anno nel Carcere di massima sicurezza di Paliano, in provincia di Frosinone. Nel 2014 il rito era stato celebrato in un centro riabilitativo romano gestito dalla Fondazione don Gnocchi e nel 2016 tra i profughi e migranti del Cara di Castelnuovo di Porto gestito dalla Cooperativa Auxilium.

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