Il sit-in delle mamme al confine col Venezuela: «Adesso liberate anche i nostri figli»

di Lucia Capuzzi, inviata a Cúcuta (Colombia)
Le chiamano le “donne della frontiera”: madri, sorelle, fidanzate delle decine di colombiani in cella dall’altra parte del confine con l’accusa di essere spie. Con le foto dei familiari si riuniscono all’imboccatura del ponte di Cúcuta: «Mio figlio Brandon Josué ha scontato la pena a giugno. Ma non lo lasciano andare»
January 14, 2026
Il presidio delle mamme colombiane sul confine col Venezuela / REUTERS
Il presidio delle mamme colombiane sul confine col Venezuela / REUTERS
«Credo che la presidente Delcy Rodríguez possa capirmi. Come lei domanda agli Usa la restituzione di Nicolás Maduro, anche io sono qui per chiedere di riavere mio figlio. Ha in mano un ordine di scarcerazione del 29 giugno scorso ma non lo lasciano andare. Per favore, scriva il nome, il mondo deve sapere, non mi sembra vero che qualcuno ci ascolti finalmente… Si chiama Brandon Josué Castaño Ocampo, guardi…». Appesa al collo, Sandra mostra l’immagine serena del giovane, capelli cortissimi, occhi neri, camicia azzurra. «Chissà come sarà ora». La madre non lo vede da sei anni e sette mesi. Da quando cioè, il 19 giugno 2019, Brandon Josué ha oltrepassato la frontiera tra Colombia e Venezuela e si è recato nel Táchira a trovare alcuni parenti. «Ne abbiamo tanti oltreconfine. Sono cresciuta là, all’epoca a Bogotà c’era la guerra e i miei genitori si sono trasferiti dall’altra parte. Siamo rimasti fino al 2015: poi è arrivata la crisi e siamo tornati indietro, a Cúcuta – aggiunge -. Abbiamo continuato ad andare e venire fin quando la situazione venezuelana non si è complicata». Con il crollo dell’economia e l’incremento del malcontento popolare, la paura di infiltrazioni esterne dal Paese vicino – storico alleato degli Stati Uniti - è diventata un’ossessione per il regime di Caracas. I colombiani, come Brandon Josué, hanno cominciato ad essere guardati con sospetto. Al posto di blocco della guardia nazionale bolivariana, dunque, è stato fermato per «accertamenti». Ed è finito al Rodeo II, una delle carceri simbolo della capitale con una condanna a sei anni per spionaggio. Là è rimasto anche se ha già scontato la pena. Sandra non può fargli visita ma lo sente una volta al mese. L’ultima il 6 gennaio, quando ha compiuto 28 anni.  «Non sta bene, ha la tubercolosi… Quanto ancora dovrò aspettare per rivederlo? Per le sue figlie, di 7 e 9 anni, il padre è una voce e una fotografia». O, meglio, la fotografia: quella con cui Sandra si presenta più volte alla settimana all’imboccatura del ponte Simón Bolívar di Cúcuta, principale punto di passaggio per il Venezuela, distante appena 315 metri. I familiari delle decine di colombiani prigionieri delle carceri di Caracas ci vanno dal 4 ottobre quando è circolata la voce di una mediazione del governo di Gustavo Petro per la loro liberazione.
Un altro momento del sit-in sul ponte Bolívar
Un altro momento del sit-in sul ponte Bolívar
Venti giorni dopo, in 17 sono stati rilasciati. Fra loro David José Mise Durán, 31 anni di cui oltre uno trascorso dietro le sbarre di Boleita e Rodeo I, fratello di Nubia, la promotrice del gruppo delle “Donne della frontiera”, come tanti le chiamano. Mamme, sorelle, fidanzate che, senza una cadenza regolare, si radunano sul ponte da tutta la Colombia con le immagini dei propri cari, reclusi. Dalla cattura di Maduro, i sit-in si sono intensificati: se ne contano già sette. L’ultimo nella notte tra lunedì e martedì quando sono rimaste fino all’alba in veglia. Nubia, come ogni volta, era là. «L’ho detto dal principio. Non importa che mio fratello sia libero. Non mi arrenderò fino a quando anche loro non torneranno», racconta la venditrice di 31 anni che porta con sé le foto di nove giovani. «I parenti abitano lontano, non possono venire sempre. Li rappresento: erano con David José al Rodeo I – spiega –. E quando pure loro usciranno, continuerò a venire. Fino a quando non saranno a casa tutti». «Tutti». Difficile, però, sapere la cifra esatta. Le stime variano da venti a cinquanta poiché di tanti non si sa più niente. In gran parte giovani della regione che per sopravvivere fanno piccoli lavoretti – dal taxista all’ambulante – a cavallo dei 2.200 chilometri di frontiera, attraversata da quasi un secolo da multipli esosi. Quello dei colombiani in fuga del conflitto prima, quello dei venezuelani e dei rifugiati ridotti alla fame dal chavismo, poi. Guzmán Humberto Ramírez Angarita, 37 anni, è uno degli scomparsi. L’11 ottobre 2015 è stato arrestato dalle autorità venezuelane mentre trasportava un passeggero a bordo della sua moto da Cúcuta a Ureña. Da allora non si hanno notizie. «Faceva regolarmente quella tratta. Non aveva mai avuto problemi. Poi…». Alla madre, Miriam Angarita, 68 anni, si strozza la voce. «Non è morto, lo so», ripete. La donna – a cui le difficoltà motorie impediscono di lavorare e va avanti grazie alla solidarietà – si aggrappa tenacemente alla testimonianza di uno dei 17 liberati di due mesi fa. «Mi ha raccontato di avere sentito di un Guzmán Humberto al Rodeo II. Deve essere lui…».
Una madre mostra il documento di suo figlio, detenuto a Caracas
Una madre mostra il documento di suo figlio, detenuto a Caracas
Il cambio al vertice di Caracas le ha dato poi nuove speranze. «Donald Trump ha detto che avrebbe fatto uscire tutti i prigionieri. Se è riuscito a prendere Maduro può fare anche questo, no?». Esattamente una settimana fa, il governo venezuelano ha annunciato il rilascio di un numero considerevole di detenuti. Da allora, sostiene di averne liberato 116, Foro Penal, la principale Ong impegnata nel settore, parla di meno della metà. I familiari attendono, fuori dalle carceri del Paese e sul ponte Simón Bolívar. «Torneremo e torneremo – conclude Nubia –. Arrendersi non è un’opzione».

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