Orrore Iran, la strage degli oppositori: i morti sono migliaia

Mentre Trump annuncia che andrà in soccorso di chi protesta (senza spiegare come) le autorità parlano di 2mila morti. Per gli attivisti sono almeno il triplo. Al via le impiccagioni
January 13, 2026
Un’auto in fiamme durante le proteste nel centro di Teheran / REUTERS
Un’auto in fiamme durante le proteste nel centro di Teheran / REUTERS
Erfan verrà impiccato entro mercoledì sera. È il primo tra gli attivisti iraniani della nuova ondata di proteste a subire la condanna a morte. Arrestato durante le proteste, 26 anni, di etnia curda, è un figlio di una delle minoranze perseguitate. Mentre lungo i viali bagnati di sangue, si contano migliaia di morti, caduti sotto le raffiche ravvicinate della polizia. 
Almeno tre diverse fonti delle autorità iraniane hanno parlato di un numero di uccisi tra i 2 e i 3mila, compresi diversi agenti della repressione. Ragion per cui si ritiene che la cifra reale sia come minimo da raddoppiare, con alcune organizzazioni iraniane per i diritti umani che parlano di almeno 12mila morti in tutto il Paese. Un alto funzionario del ministero della Salute ha confermato al New York Times la stima di 3mila, tuttavia attribuendo la responsabilità ai «terroristi» che a suo dire alimentano i disordini. Un altro funzionario governativo ha affermato di aver visto un rapporto interno che indica 3mila morti e che il bilancio potrebbe ulteriormente aumentare. Per la testata Human Rights Activists News Agency, in sole due settimane si è raggiunto il quadruplo delle vittime registrate nei mesi di proteste del 2022 per Mahsa Amini, la ragazza uccisa dalla polizia perché non indossava correttamente il velo islamico. Le autorità hanno divulgato il loro primo bilancio ufficiale: «Arrestati 297 teppisti coinvolti nella distruzione di proprietà pubbliche e nel saccheggio di proprietà privata». Numeri che appaiono largamente sotto dimensionati. 
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esortato gli iraniani a continuare a protestare, assicurando che l’aiuto americano «sta arrivando». Lunedì Washington aveva annunciato dazi del 25% «con effetto immediato» sulle importazioni americane da tutti i Paesi che fanno affari con l’Iran. Anche Bruxelles è pronta a varare un nuovo pacchetto di sanzioni. «Continuate a protestare. Prendete il controllo delle vostre istituzioni», ha insistito Trump rivolgendosi agli oppositori. Poi il segretario di Stao Rubio ha affermato che sono allo studio risposte non militari.
Il bagno di sangue non ferma le contestazioni, mentre le poche fonti interne in grado di trasmettere informazioni riferiscono di defezioni nei ranghi della polizia. Prima ancora che Teheran commentasse l’annuncio di Trump sui dazi, è intervenuta Pechino che ha criticato la decisione e ha avvertito: «Difenderemo gli interessi sui legami commerciali con l’Iran». La Russia ha condannato l’«interferenza esterna sovversiva» nella politica dell’Iran, affermando che le minacce Usa di nuovi attacchi militari sono «categoricamente inaccettabili». 
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha dichiarato ad Al Jazeera di aver continuato a comunicare con l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff, e che Teheran sta studiando le proposte da Washington per uscire dalla crisi. Proprio l’emissario della Casa Bianca ha incontrato nel fine settimana Reza Pahlavi, figlio in esilio dell’ultimo scià dell’Iran e voce di spicco della frammentata opposizione. Nei giorni scorsi Trump aveva espresso perplessità davanti all’ipotesi di un ritorno alla monarchia, che non incontra il favore della maggioranza degli iraniani. Ma proprio Pahlavi ha rassicurato sull’intenzione, nel caso di un suo insediamento dopo la caduta del regime, di indire un referendum popolare. «Presumo che stiamo assistendo agli ultimi giorni e alle ultime settimane di questo regime», ha affermato il cancelliere tedesco Merz, aggiungendo che se gli ayatollah dovessero mantenere il potere con la violenza, «sarebbe effettivamente alla fine».
Le testimonianze filtrano con il contagocce. Descrivono la mattanza città per città. E se da un lato il regime mostra di voler riaprire le comunicazioni telefoniche, dall’altro continua a vietare Internet aumentando la pressione sulle frontiere, da dove vengono fatti passare i carichi per la connessione satellitare. L’intelligence iraniana ha annunciato il sequestro di un ampio carico di kit “Starlink”, la tecnologia della compagnia di Elon Musk, sostenendo che fosse destinato a «operazioni di spionaggio e sabotaggio». 
A Cardiff, nel Regno Unito, è suonato il telefono dei parenti di Amir Ali Haydari, 17 anni. Hanno scoperto così che il loro cugino è stato  ucciso a Kermanshah, sull’altopiano del Kurdistan occidentale. Quando la famiglia ha ritirato il corpo all’obitorio, ha riferito di aver visto circa 500 cadaveri in ospedale. Parlando al telefono per la prima volta dopo che le comunicazioni erano state bloccate, diversi testimoni  hanno descritto una massiccia presenza di forze di sicurezza nel centro di Teheran, dove edifici governativi sono stati dati alle fiamme e decine di bancomat distrutti. Il Grand Bazaar di Teheran, dove il 28 dicembre sono iniziate le manifestazioni innnescate dal crollo della valuta con un’inflazione superiore al 40%, ieri ha parzialmente riaperto. Un testimone ha riferito di aver parlato con diversi commercianti che hanno raccontato di essere stati costretti dalle forze di sicurezza a riprendere il lavoro. Mahmoud, un negoziante che non vuole essere identificato, dice che i suoi clienti «si chiedono se Trump abbia in programma un attacco militare». Ma confida poco in qualche tipo di aiuto americano: «Non mi aspetto che Trump o qualsiasi altro Paese si preoccupi degli interessi degli iraniani». Reza, un tassista della capitale, sostiene che oramai molti tra i manifestanti non hanno speranza, «ma in particolare i giovani dicono di continuare comunque nelle proteste». 
© riproduzione riservata

© RIPRODUZIONE RISERVATA