Omogenitorialità . «Usato metodo scientifico». Ma il dibattito a senso unico non lo è


giovedì 29 dicembre 2016

Gentile direttore,

le scrivo in relazione all’articolo pubblicato giovedì 15 dicembre sul suo giornale: «Vietato criticare. Coro degli psicologi: Sì all’omogenitorialità». Il pezzo si riferisce a un articolo bersaglio uscito su “Il Giornale Italiano di Psicologia”: «Madri lesbiche, padri gay: genitori de-generati?» di Vittorio Lingiardi e Nicola Carone. Sul suo giornale, Luciano Moia riporta alcune affermazioni di Vittorio Cigoli (uno dei discussant del lavoro di Lingiardi e Carone) quali: «Sono stato invitato dal direttore della rivista a portare il mio contributo ma nessuno mi aveva detto che sarei stato l’unico ad esprimere una tesi dissonante»; «“Il Giornale Italiano di Psicologia” offre solitamente approfondimenti di altissimo livello scientifico, nel rispetto di tutte le opinioni. Omogenitorialità a parte, su cui evidentemente non si può dissentire». Luciano Moia aggiunge poi alcune considerazioni come «Chi è contrario rischia l’emarginazione». Al di là delle opinioni che ognuno può avere, ritengo di dover chiarire la politica editoriale seguita da “Il Giornale Italiano di Psicologia” per la sezione “ Articoli bersaglio ”. In primo luogo il comitato di direzione individua argomenti che per loro stessa natura sono fonte di ampio dibattito all’interno della comunità scientifica e contestualmente individua uno o più autori che, sulla base del loro apporto scientifico all’argomento, vengono ritenuti idonei alla stesura di un approfondito e aggiornato contributo sull’argomento. L’autore o gli autori che accettano l’invito devono anche farsi carico di individuare altri colleghi in grado di intervenire con uno specifico commento. La redazione sceglie poi un egual numero di esperti da affiancare a questo primo gruppo di commentatori per ampliare il dibattito. Alle persone invitate possono aggiungersi tutti i membri della direzione e della redazione con interventi propri. Ricevuti i commenti, gli autori dell’articolo devono poi “rispondere” ai vari interventi aggiungendo la risposta in coda all’articolo bersaglio. Questo è quanto viene pubblicato nel numero della rivista che ospita l’ articolo bersaglio . Nel numero successivo, altri esperti interessati all’argomento possono aggiungersi alla lista dei discussant e intervenire con propri commenti. Anche nel caso del tema della omogenitorialità si è seguita questa procedura e tutti hanno potuto esprimersi liberamente e dissentire. Il dibattito è scientifico, contano gli argomenti, i dati empirici e i modelli interpretativi di chi interviene. Alla luce di tale procedura, concorderà con me che la lamentela del prof. Cigoli secondo la quale «nessuno mi aveva detto che sarei stato l’unico a esprimere una tesi dissonante» corrisponde a verità, ma soltanto perché nessuno era a conoscenza delle posizioni che i vari commentatori avrebbero assunto e quindi nessuno, io per primo, sarebbe stato in grado di dire quanti autori avrebbero avuto le stesse posizioni e quanti posizioni diverse o contrapposte. In ogni caso, se a posteriori un discussant non ritiene soddisfacente la risposta da parte degli autori dell’articolo bersaglio, “Il Giornale Italiano di Psicologia” consente di esprimere una replica (come è avvenuto nel caso del professor Cigoli). Da quanto descritto (procedura alla quale la rivista rigorosamente si attiene), ritengo quindi improprio accusare “Il Giornale Italiano di Psicologia” di «emarginare i dissenzienti e di condurre operazioni sfacciatamente propagandistiche». Un cordiale saluto

Roberto Nicoletti professore direttore del Giornale Italiano di Psicologia



Gentile professor Nicoletti, il nostro direttore mi passa la sua lettera e ben volentieri torno su un argomento così delicato e così controverso come quello dell’omogenitorialità. Delicato perché quando si parla di educazione e di generatività occorre procedere con infinite cautele. Il motivo è evidente: ci sono in gioco il futuro e il benessere delle persone più fragili e indifese, i bambini. E sulla pelle dei bambini è vietato tentare esperimenti antropologici di alcun tipo. Controverso perché sull’ipotesi genitorialità le tante ricerche condotte – quasi esclusivamente di area nordamericana – non sono giunte a risultati universalmente accettati. Anzi, tanto più i fautori della tesi nota come “nessuna differenza” si affannano a dimostrare che avere due genitori omosessuali offre a un bambino le stesse garanzie educative rispetto a una “tradizionale” coppia formata da una mamma donna e da un papà uomo, tanto più compaiono studi altrettanto autorevoli che provano il contrario.

Di fronte a questa incertezza “scientifica” – dato e non concesso che esista una scienza che possa misurare in modo inoppugnabile il benessere interiore di un bambino e, soprattutto, valutare tutte le conseguenze di una data situazione dopo 20 o 30 anni – il principio di precauzione dovrebbe indurre a sospendere il giudizio. A richiedere e produrre nuovi accertamenti. A valutare una realtà così importante e così decisiva con campioni di indagine più larghi e metodologicamente più sicuri. A mettere in luce i lavori scientifici che sostengono l’apertura ai genitori omosessuali (peraltro nel 90% dei casi madri lesbiche e non papà gay), ma anche quelli che esprimono riserve. Invece nell’articolo che apre il dossier, Vittorio Lingiardi e Nicola Carone citano solo decine e decine di studi a senso unico. Non solo. Al termine del lungo dossier possono concludere soddisfatti che «su 19 commenti, 18 complessivamente concordano che il genere e l’orientamento sessuale dei genitori non siano di per sé fattori di rischio e di stabilità per il benessere psicologico dei figli». E poi si dedicano per il resto della loro replica ad attaccare l’unico che ha avuto il coraggio e l’onestà intellettuale di esprimere riserve documentate, appunto il docente della Cattolica, Vittorio Cigoli (ma questo l’abbiamo già messo in luce nell’articolo pubblicato lo scorso 15 dicembre).

Ora, può essere che la sintesi conclusiva dei due esperti a cui sono stati affidati articolo principale e replica, nell’intento di ribadire le proprie convinzioni, finisca per semplificare un po’ la ricchezza delle tesi esposte dai colleghi – tra cui non pochi autorevoli docenti – “limando” la varietà ed esaltando l’uniformità. A questo punto la domanda è d’obbligo: una rivista autorevole come “Il Giornale italiano di psicologia” che intende affrontare un tema importante, ma spinoso e divisivo come l’omogenitorialità, come mai affida il compito di dirigere le operazioni al più noto e più “fermo” sostenitore della tesi della “nessuna differenza”? Ma quand’anche la scelta fosse giustificata dai soliti criteri “scientifici” – nessuna riserva sulla professionalità di Lingiardi, anche al di là della sua nota militanza – la rivista non ha il dovere di accertare che almeno il gruppo dei commentatori garantisca un confronto dialettico? Invece, leggendo il dossier, si ha la netta impressione che il pensiero unico abbia avuto maggior rilievo, almeno nella sintesi finale di Lingiardi e Carbone, rispetto alle difformità. E, ancora più sgradevole per una comunità scientifica, che contro il parere dell’unico dissenziente ci sia stato una sorta di tiro al bersaglio (leggere la rivista da pag.181 a 189 per rendersene conto).

Difficile non cogliere la contraddizione. E ancora più arduo scongiurare il sospetto di un adeguamento al politicamente corretto espresso dalle cosiddette “teorie gender”. Quelle peggiori e più ideologicamente marcate, però. Che passano come uno schiacciasassi su questioni fondamentali, complicatissime e decisive come educazione, dinamiche relazionali, differenza sessuale e generatività. Ricambio il suo saluto anche a nome del nostro direttore.

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