Un anno di Trump ha cambiato l'idea che avevamo degli Stati Uniti

In 365 giorni il tycoon, al suo secondo mandato alla Casa Bianca, ha modificato, forse definitivamente, la percezione comune sul ruolo degli Usa nel mondo. Decreti a raffica, minacce ai Paesi sovrani, uso della forza dentro e fuori il Paese: ecco un primo bilancio
January 18, 2026
Un anno di Trump ha cambiato l'idea che avevamo degli Stati Uniti
Il presidente americano, Donald Trump
Un anno di svolte brusche e inversioni di rotta che hanno spiazzato l’opinione pubblica americana e internazionale e messo in difficoltà i partner storici degli Stati Uniti. A dodici mesi dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump non è solo la rapidità dei cambiamenti imposti dal presidente a colpire, ma anche la loro direzione, che segna una rottura con gli ultimi decenni di politica americana. Lo dimostrano soprattutto le immagini che fanno da sfondo a questo anno di tariffe e licenziamenti di massa di dipendenti federali, di decreti firmati a raffica e di minacce a Paesi sovrani: video di città militarizzate, prima dalla Guardia nazionale e poi dagli agenti dell’Ice, uomini armati e mascherati su blindati per le strade, episodi di violenza indiscriminata e promesse del capo della Casa Bianca di ricorrere a strumenti eccezionali per “ristabilire l’ordine”. Sono eventi che gli alleati degli Stati Uniti e una parte crescente degli americani faticano a riconciliare con l’idea di una democrazia occidentale stabile. Le trasformazioni, però, hanno una fragilità strutturale: gran parte delle decisioni è stata imposta con ordini esecutivi che un futuro presidente potrebbe revocare in tempi rapidi.
Il ritorno delle tariffe
Con un vasto schema di nuovi dazi, Trump ha archiviato il sistema di scambi globali e multilaterali su cui Washington aveva investito per decenni. Le misure contro Canada, Messico e Cina – giustificate con argomenti di sicurezza nazionale spesso contestati sul piano giuridico – hanno innescato una dinamica da guerra commerciale fatta di minacce di ulteriori rialzi tariffari, contromisure annunciate o preparate dai Paesi colpiti, pressioni sulle catene di fornitura e un’incertezza che ha frenato investimenti e pianificazione industriale. Nella vita quotidiana, l’effetto più immediato è stato il ritorno dell’inflazione, proprio mentre Trump prometteva di ridurla “dal primo giorno del mio mandato”. I rincari si sono visti soprattutto nei beni più esposti all’importazione o ai componenti stranieri: elettronica, automobili e pezzi di ricambio, elettrodomestici, ma anche prodotti alimentari e agricoli legati al commercio nordamericano. Le imprese, costrette a pagare di più per materie prime e semilavorati, hanno scaricato una parte dei costi sui consumatori, alimentando l’aumento generale dei prezzi e rafforzando l’idea che il commercio, nell’America di Trump, non è più una leva di crescita, ma un’arma di pressione economica e politica.
Immigrazione: giro di vite e violenza
Trump, avendo vinto le elezioni anche grazie alla promessa di deportare gli immigrati senza documenti, è andato oltre, introducendo misure che hanno reso gli Usa più ostili all’immigrazione, anche legale. La Casa Bianca ha rispolverato statuti vecchi di almeno due secoli e ambigui, ha arruolato agenzie federali tradizionalmente estranee all’immigrazione e fatto pressione su governi stranieri perché accettassero rimpatri. Gli Stati Uniti hanno sospeso il rilascio di visti di immigrazione per 75 Paesi in tutto il mondo e ridotto drasticamente il numero di ingressi di rifugiati previsto negli Stati Uniti. L’Amministrazione repubblicana ha inoltre dispiegato agenti dell’immigrazione pesantemente armati nelle principali città americane per fermare e deportare persone accusate di trovarsi nel Paese illegalmente. Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha affermato il mese scorso che l’amministrazione Trump ha deportato oltre 605.000 persone, mentre altri 2,5 milioni hanno lasciato gli Stati Uniti spontaneamente.
Politica estera: tra disimpegno e interventismo
In questo secondo mandato, una delle linee più riconoscibili di Trump è il ritorno all’idea di una supremazia americana nell’emisfero occidentale: un’impostazione che aiuta a capire l’intervento in Venezuela, presentato come una mossa necessaria e al tempo stesso come un precedente che ridefinisce cosa Washington consideri un “interesse strategico”. Per chi ricorda decenni di interventi militari ed economici americani, il contro-argomento è quasi automatico: gli Usa non hanno sempre perseguito in modo spregiudicato i loro interessi nel mondo, anche con la forza? Molti analisti concordano che ciò che distingue questa fase non sono soltanto le azioni dell’Amministrazione, ma quanto apertamente le intraprende, senza preoccuparsi di giustificarle sul piano legale o morale. Mentre Amministrazioni precedenti presentavano interventi e pressioni come passi necessari per esportare la democrazia o la sicurezza – l’Iraq di Bush come esempio più lampante – Trump non nasconde di voler usare il potere americano per prendere le risorse di cui gli Usa e la sua classe dirigente hanno bisogno, compresi territori e risorse di Paesi sovrani.
Tagli allo stato sociale: il “Big Beautiful Bill”
Sul piano interno, l’approvazione della misura di bilancio, il cosiddetto “Big Beautiful Bill” (la grande, bellissima legge) come l’ha chiamato Trump, rappresenta una delle più radicali contrazioni dello stato sociale dagli anni Trenta. I tagli a Medicare e Medicaid, le mutue per i poveri e gli anziani, sono stimati in quasi mille miliardi di dollari nel prossimo decennio, mentre la riduzione dei sussidi alimentari e sanitari ha lasciato milioni di persone senza copertura assicurativa e senza buoni pasto. Anche se la scelta affonda le radici nella lunga diffidenza americana verso il welfare, Trump l’ha portata a un nuovo livello, smantellando parti centrali dell’eredità del New Deal e della “Great Society” di Lyndon Johnson.
Una presidenza onnipresente e spregiudicata
Donald Trump è stato una forza dirompente fin da quando, dieci anni fa, è entrato sulla scena politica, ma la velocità dei cambiamenti nel primo anno del suo secondo mandato non ha praticamente precedenti nei quasi 250 anni di storia della repubblica americana e lascia prevedere una continua tendenza ad accentrare il potere nelle mani dell’esecutivo Usa, a scapito del Congresso e di un sistema giudiziario sempre più ridotto a strumento dell’esecutivo e del presidente in particolare.  

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