Trump: «Sto parlando con l'Iran» (ma l'Iran non ne sa nulla)
di Elena Molinari, New York
Il presidente Usa: gli ayatollah «hanno rinunciato ad avere armi nucleari». Si lavorerebbe per un incontro diretto a Islamabad. Teheran smentisce tutto: fake news per le Borse

Donald Trump evoca negoziati diretti, Teheran smentisce, e sullo sfondo resta la priorità sempre più evidente per il presidente Usa: la sicurezza energetica e il contenimento del prezzo del petrolio. Il capo della Casa Bianca ha parlato di «colloqui molto, molto positivi» con l’Iran e di «punti di accordo su quasi tutto», arrivando a ipotizzare un’intesa entro cinque giorni. Quindi ha annunciato di aver ordinato al Dipartimento della Difesa di sospendere proprio per cinque giorni gli attacchi contro centrali elettriche e infrastrutture energetiche iraniane, che aveva minacciato, in attesa di vedere i risultati delle trattative. Trump ha indicato esplicitamente i suoi emissari, l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, come protagonisti di contatti che sarebbero cominciati sabato sera. «Questa volta fanno sul serio», ha insistito parlando in Tennessee, aggiungendo che l’Iran avrebbe acconsentito ad abbandonare l’idea di ottenere un’arma nucleare, ma che dovrebbe anche rinunciare al proprio stock di uranio arricchito come condizione per un accordo. I colloqui sarebbero stati avviati su iniziativa iraniana, ha detto Trump, e gli Stati Uniti starebbero dialogando con un leader «molto rispettato». Non è chiaro chi, dato che non si tratta della Guida suprema Mojtaba Khamenei. Dietro l’apertura diplomatica c’è l’urgenza, per Trump, di stabilizzare i mercati energetici. La guerra, avviata il 28 febbraio con il coinvolgimento diretto di Stati Uniti e Israele, ha già provocato oltre 2.000 vittime e forti turbolenze economiche. Il nodo centrale resta lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. Nei giorni scorsi Teheran ha di fatto bloccato il traffico, e Trump sabato aveva lanciato un ultimatum di 48 ore minacciando di «obliterare» le centrali elettriche iraniane se lo stretto non fosse stato riaperto. Trump ha esplicitamente collegato i negoziati alla riapertura dello stretto, affermando che ciò avverrebbe «molto presto» in caso di accordo. La decisione di congelare i raid ha avuto un effetto immediato sui mercati: ieri il Brent è sceso di circa l’8%, mentre le Borse hanno registrato un rimbalzo, confermando quanto una cessazione delle ostilità sia vitale nella strategia politica ed economica della Casa Bianca.
Fonti ufficiali di Teheran negano però che vi siano stati contatti, né diretti né indiretti, con Washington. Anche esponenti di primo piano del sistema politico iraniano hanno smentito l’esistenza di negoziati, alimentando il dubbio che l’annuncio americano sia più che altro un segnale politico e finanziario. Sul terreno, infatti, le ostilità proseguono: i Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato nuovi attacchi contro obiettivi in Israele e basi statunitensi nella regione. In Arabia Saudita, due missili balistici sono stati lanciati verso Riyadh, uno dei quali intercettato. Un’altra incognita resta la reazione di Israele. Lo Stato ebraico sarebbe stato informato da Washington dei contatti con Teheran e potrebbe seguire gli Stati Uniti sospendendo gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane. Tuttavia, il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato ieri che gli attacchi «aumenteranno significativamente», lasciando aperta la possibilità di una strategia autonoma. Più tardi Netanyahu ha parlato direttamente con Trump, sostenendo che un eventuale accordo con l'Iran «salvaguarderà i nostri interessi vitali». "Il presidente Trump crede che ci sia una possibilità di sfruttare i successi militari per raggiungere tutti gli obiettivi della guerra attraverso un accordo", ha affermato il primo ministro di Tel Aviv, salvo poi dire che "continueremo a dirigere gli attacchi in Iran e Libano per eliminare il programma missilistico e nucleare e le leadership di Hezbollah". Sul fronte diplomatico, intanto, si sta è attivata una rete di mediatori regionali. Il Pakistan appare in prima linea: ieri il primo ministro Shehbaz Sharif ha avuto un colloquio telefonico con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, definendo l’Iran un «Paese fratello» e affrontando la «grave situazione nel Golfo». Il capo dell’esercito pakistano Asim Munir avrebbe parlato con Trump, mentre il ministro degli Esteri Ishaq Dar ha coordinato contatti con Turchia ed Egitto. Islamabad starebbe facilitando un possibile incontro tra emissari statunitensi e iraniani, ma per ora la distanza tra dichiarazioni e realtà resta ampia.
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