Trump e la secessione americana dall’Occidente: una sfida che riguarda l’Europa
Il presidente statunitense colpisce il Vecchio continente più dei nemici esterni. Ma l’Occidente non è solo la Nato: è un sistema-mondo che gli europei possono ancora salvare

Può Donald Trump distruggere l’Occidente? Anche se pretende di rivolgere la sua vis distruttiva contro nemici lontani, finora le sue scelte hanno favorito Russia e Cina, mentre l’Europa è stato il suo principale bersaglio e gli Stati Uniti stanno pagando un prezzo sempre più alto. Che vada fermato è dunque un imperativo categorico per americani e, soprattutto, europei. Per questo però è anzitutto necessario chiedersi quale Occidente Trump stia mettendo in pericolo: usiamo infatti abitualmente questa parola dandole significati molto diversi.
L’uso più frequente lo fa coincidere con l’Alleanza atlantica, la Nato, e cioè con il blocco politico, militare ed economico che si è formato all’inizio della Guerra fredda. Oggi resta la più importante organizzazione militare multinazionale ma, finita la Guerra fredda, il suo scopo è diventato incerto. Si è tentato di rilanciarla prima contro l’Islam e poi contro la Russia (contro la Cina non funziona per evidenti motivi geografici). Ma già diversi anni fa Emmanuel Macron disse che la Nato era in stato di “morte celebrale” e cioè che non aveva più un chiaro scopo politico. Su questo terreno, Trump ha solo accelerato, in modo brutale, processi già in corso.
Ma Occidente è anche molto altro. Questa parola indica anche la civiltà che ha avuto inizio nell’antica Grecia o, meglio, quella che si riassume nell’eredità di tre città-simbolo: Atene, Gerusalemme e Roma. E su questo terreno Trump può far poco. Ma è soprattutto con una terza realtà chiamata Occidente che oggi dobbiamo fare i conti. È quella che ha cominciato a prendere corpo in Europa nei secoli XV e XVI, sulla base della sua storia precedente e in particolare della tradizione cristiana, a cui gli stessi Stati Uniti devono la loro nascita e che per secoli ha influenzato il resto del mondo. È l’Occidente che prima gli europei e poi i nordamericani hanno identificato con il progetto della modernità. Oggi però la modernità ha vinto ovunque, combinandosi con culture diverse e generando “modernità multiple” (Eisenstadt) e per distinguerla dalle altre parliamo di quella occidentale soprattutto in termini di valori da custodire e difendere (mentre Trump li deride e li calpesta).
Ma questi valori non fluttuano nel vuoto: l’Occidente moderno è stato ed è ancora un sistema-mondo. È stato Immanuel Wallerstein a chiamarlo così: un sistema-mondo occidentale che non abbraccia tutto il mondo ma che crea un suo mondo. Un sistema basato sull’individuo e sulla sua interiorità (intesa anzitutto in senso religioso e morale), sull’economia capitalista, su una rete politico-istituzionale a maglie larghe – quella degli Stati nazionali – e su una proiezione verso il resto del pianeta (colonialismo). Sorretto da un umanesimo cristiano, è stato capace di straordinaria innovazione tecnologica, di sviluppo economico sconosciuto alle epoche precedenti e di una raffinata creatività politico-istituzionale (sovranità popolare, Stato di diritto, democrazia, regolamentazione dei rapporti internazionali ecc.).
Di volta in volta, il sistema-mondo occidentale è stato guidato da un Paese leader: prima l’Olanda, poi la Gran Bretagna e, da un secolo, gli Stati Uniti. La loro secessione può avere perciò effetti dirompenti, ma non necessariamente fatali. Paese leader non vuol dire Paese-sistema: la forza del sistema è la capacità di fare rete. La secessione americana dall’Occidente è molto grave, ma resta pur sempre una secessione, che non impedisce agli europei, se vogliono, di mantenere vivo il sistema-mondo occidentale (mentre, alla lunga, abbandonarlo danneggerà gli Stati Uniti). Indubbiamente, questo sistema ha perso nel tempo pezzi importanti, come il colonialismo: è stata la decolonizzazione ad aprire la strada al mondo così come è oggi, globalizzato e multipolare. L’economia capitalista del XXI secolo, inoltre, non è quella del XVI e le impressionanti concentrazioni di potere tecnologico-finanziare richiedono oggi un sistema politico-istituzionale a maglie più strette. Se l’Europa vuole restare un sistema-mondo c’è bisogna di più difesa comune e di più coordinamento per l’innovazione, come ha ripetuto Mario Draghi ricevendo il premio Carlomagno. Vanno cercati intese con altre aree del mondo, come mostra l’accordo Mercosur e come insegna quello tra Canada e Cina ecc. Insomma, gli europei possono salvare il sistema-mondo occidentale, adattandolo a un mondo che si è fatto più largo, più popolato e più complesso.
Non è fondata, infatti, la visione corrente secondo cui la forza starebbe tutta dalla parte degli Stati Uniti e l’Europa costituirebbe solo una realtà debole e divisa. È sbagliato ridurla ai suoi singoli Stati nazionali o identificarla solo con l’Unione europea. Gli uni e l’altra traggono la loro forza dal sistema-mondo di cui i primi fanno parte e di cui la seconda è un’espressione. Ma che cosa sanno i politici europei del sistema-mondo occidentale? In Occidente la politica ha divorziato dalla cultura, compresa quella storica, e fatica ad avere una visione adeguata degli sconvolgimenti in atto (anche se ci sono eccezioni: piaccia o no, Macron è una di queste). Il problema riguarda anche l’Italia che non ha ancora metabolizzato l’urgenza di un’Europa ferma e compatta davanti alle minacce trumpiane.
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