venerdì 17 febbraio 2012
A quattro mesi dalla morte di Gheddafi, molte le insidie che minacciano il nuovo corso. A cominciare dalle brigate armate. Ricostruzione, diritti e milizie i nodi da sciogliere.
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Giorni di festa in Libia. Le celebrazioni per il primo anniversario dallo scoppio della rivolta che ha portato alla fine dell’era Gheddafi si svolgono oggi e domani. La decisione, spiegano i media libici, è stata presa dal Consiglio nazionale transitorio (Cnt) alla luce del fatto che l’anniversario cade di venerdì, giorno di riposo per i musulmani. A Bengasi, dove tutto è iniziato il 17 febbraio dell’anno scorso, si terrà la cerimonia ufficiale a cui parteciperanno tra gli altri il premier Abdel-Rahim al-Kib, e il capo del Cnt, Mustafa Abdel-Jalil. Atmosfera meno di festa nella capitale, invece, dove sono state rafforzate le misure di sicurezza, nel timore di possibili azioni simboliche da parte di fedelissimi del vecchio regime dopo che Saadi, uno dei figli superstiti dell’ex leader libico, ha lanciato dal Niger un appello per una nuova rivolta. A quattro mesi dalla morte del Colonnello, la strada di fronte alla nuova Libia è ancora piena di insidie. Uno dei principali problemi è come disarmare e integrare le varie milizie che, secondo il premier al-Kib, è «una questione più complessa di quel che può sembrare». Decine di migliaia di ex ribelli, che hanno combattuto contro le forze di Gheddafi, formano infatti potenti brigate, che difendono ciascuna il “proprio” territorio, controllano anche aeroporti e spesso si scontrano tra loro. La maggior parte delle città libiche si è così trasformata in una giungla di armi, ma nessuno vuole perdere il potere conquistato. Martedì, migliaia di miliziani hanno partecipato a una parata organizzata a Tripoli, dove hanno sfoggiato armi pesanti e lanciarazzi sparando colpi in aria. La marcia era una dimostrazione di forza da parte della nuova federazione formata dai membri delle circa 100 gruppi paramilitari dell’ovest della Libia. La parata appare anche come un avvertimento per chiunque voglia organizzare attacchi durante i festeggiamenti del primo anniversario della rivoluzione, culminata con la morte di Muammar Gheddafi lo scorso 20 ottobre. Ma non sono solo le armi fuori controllo a minare la credibilità del Cnt nella promozione di uno stato di diritto. «Queste milizie sono di fatto al di sopra della legge», si legge nel rapporto sulla Libia di Amnesty International. «Non sono giuridicamente responsabili delle loro azioni e le autorità non fanno nulla per cambiare le cose. Ovviamente il timore è che l’escalation di violenza finisca per deteriorare la situazione libica». Solo nei giorni scorsi si erano diffuse le denunce di gravi torture inflitte ai prigionieri nelle carceri gestite dal Cnt. Un’altra circostanza che conferma come le istituzioni uscite dalla rivolta non abbiano ancora il pieno controllo della situazione sono gli scontri tribali. È infatti di almeno 30 morti e decine di feriti il bilancio delle violenze scoppiate domenica scorsa nel sud-est del Paese, in particolare tra le tribù Zwai e Tibu della provincia di Kufra, vicino al Ciad. Mohammed al-Harizi, portavoce del Cnt, non ha potuto confermare il bilancio, ma ha annunciato la formazione di un comitato di capi tribù per chiarire gli episodi di violenza. Diventa così arduo garantire i servizi pubblici “ordinari” in un Paese tutto da ricostruire. A Bengasi, fino a ieri manifestavano i dipendenti del ministero dell’Interno per protestare contro il mancato versamento dei loro stipendi. Eppure si tratta di un Paese dalle immense risorse. Il governo libico sta cercando di recuperare 100miliardi di dollari depositati in conti esteri dal vecchio regime e che, insieme alle entrate del petrolio, stimate quest’anno attorno ai 40 miliardi di dollari, lasceranno un deficit di 7 miliardi. Da ricostruire non ci sono solo le infrastrutture, le scuole, le case, gli ospedali distrutti dalla guerra, ma anche il sistema sanitario, quello della giustizia e quello dell’istruzione. I giovani chiedono case, posti di lavoro, e soprattutto trasparenza da parte delle nuove autorità. Nel frattempo si impone anche l’imperativo di ricostruire le istituzioni dello Stato, all’ombra di un Cnt diviso, che deve fare prossimamente i conti con le prime elezioni del dopo Gheddafi. A maggio sono previste le elezioni per l’Assemblea costituente per definire la nuova Costituzione, mentre le elezioni presidenziali e legislative sono in programma entro l’inizio del 2013. Ma il tempo gioca contro il piano messo a punto dal Cnt per una transizione in 20 mesi. Sarà rispettato il calendario del voto oppure assisteremo, come nel caso di Tunisia ed Egitto, a slittamenti “tecnici”? Quale che sia la risposta, non va dimenticato che i libici saranno invitati a sperimentare una novità assoluta, degna da sola di ridare loro dignità nel consesso delle nazioni: le elezioni.
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