«Da Gaza e dai Territori noi non ce ne andiamo». Le Ong puntano i piedi

Per il ministero degli Affari della diaspora, le realtà sospese non hanno inviato i documenti richiesti. Tra questi la lista dei dipendenti palestinesi. La replica: «Paura di ritorsioni»
January 2, 2026
«Da Gaza e dai Territori noi non ce ne andiamo». Le Ong puntano i piedi
La presidente di Msf Italia, Monica Minardi
«Perché non vogliamo dare i dati dei nostri colleghi palestinesi? Non è una questione di principio, come abbiamo spiegato in una lettera alle autorità israeliane». Monica Minardi, presidente di Medici senza frontiere (Msf) Italia, ci tiene a mettere in chiaro le ragioni del rifiuto della sua organizzazione ad assolvere la richiesta contenuta nelle nuove linee guida di Tel Aviv, all’origine della «sospensione» da Gaza e Cisgiordania. «Occorre comprendere il contesto. Il personale umanitario è stato delegittimato», afferma. Il 30 dicembre, il Jesuralem Post ha rivelato una lettera del ministro Amichai Chikli in cui accusava di legami con il terrorismo alcuni dipendenti delle realtà colpite, le quali «impiegherebbero l’attività umanitaria per diffondere una narrativa anti-israeliana». «Affermazioni simili, prive di fondamento, mettono a rischio gli operatori e compromettono il lavoro medico volto a salvare vite umane. Ne abbiamo perso quindici nel conflitto. E da oltre quattordici mesi, il dottor Mohammed Obeid, un ortopedico che lavora per noi dal 2018, è recluso in detenzione amministrativa senza un’imputazione. In un tale scenario, abbiamo domandato al ministero degli Affari della diaspora e della lotta all’antisemitismo risposte chiare sull’impiego delle informazioni chieste. Non le abbiamo avute. Per questo, in accordo con il diritto internazionale umanitario, non abbiamo ritenuto opportuno condividerle. Siamo nei Territori occupati dal 1989 e abbiamo sempre adempiuto a tutti i requisiti previsti. È inesatto sostenere che non abbiamo rispettato le norme di registrazioni. Da luglio lavoriamo al processo e abbiamo già presentato la gran parte dei documenti indicati. Con il ministero abbiamo cercato un’interlocuzione costante: purtroppo finora non ha voluto riceverci». Quando alle accuse di «infiltrazioni» terroristiche, la smentita di Msf è netta. «Abbiamo meccanismi di selezione del personale molto rigorosi e un team incaricato di verificarli», sottolinea Monica Minardi. Philip Ribero, capomissione di Msf a Gaza e in Cisgiordania, si è detto sorpreso dalle accuse poiché non erano mai emerse prima «né tanto meno sono state supportate da qualche prova».
Il Cogat – organismo israeliano incaricato dell’amministrazione civile dei Territori – ha dichiarato, in un comunicato, che il giro di vite avrà un impatto umanitario quasi in influente poiché le realtà bandite rappresentano appena «un 15 per cento del totale e forniscono l’1 per cento del volume di aiuti. Questi ultimi continueranno ad essere garantiti attraverso i canali autorizzati e verificati, incluse le Agenzie delle Nazioni Unite, i partner con cui abbiamo siglato accordi bilaterali e le Ong in regola». Le organizzazioni internazionali, Onu in primis, però, lo smentiscono e parlano di conseguenze «catastrofiche» per la popolazione della Striscia dal primo marzo, quando il divieto dovrebbe entrare in vigore. «Il sistema sanitario di Gaza è stato decimato dalla guerra – sottolinea la presidente di Msf –: su trentasei ospedali ne sono rimasti in piedi la metà e questi funzionano solo in parte». Medici senza frontiere ne supporta sei, oltre a vari centri e cliniche da campo: la sua azione è, dunque, essenziale. «Un posto letto su cinque dei duemila disponibili dipende da noi. Un terzo dei neonati nasce nei nostri centri. Solamente nel corso del 2025, abbiamo fatto 800mila visite ambulatoriali e curato 100mila pazienti con trauma. Ci occupiamo anche della produzione e distribuzione di acqua potabile per un totale di centinaia di milioni di litri. Per il 2026, inoltre, avevamo già stanziato tra i 100 e 120 milioni di euro per continuare a rispondere all’emergenza nell’enclave. Senza essere registrati non avremmo la possibilità di far entrare lo staff internazionale e l’equipaggiamento necessario. In sintesi, dunque, non potremmo lavorare. Centinaia di migliaia di persone della Striscia sarebbero privati delle cure mediche salvavita, di accesso all’acqua e dell’assistenza di base poiché, al momento, non vediamo soluzioni sostitutive», prosegue Monica Minardi, con tono evidentemente preoccupato. Tanto più che altre 36 Ong internazionali rischiano di dovere chiudere i battenti. «Proprio per questo non abbiamo intenzione di arrenderci – conclude Monica Minardi –. Msf continua a cercare un dialogo con le autorità in modo da poter proseguire la sua azione. Non vogliamo né possiamo smettere di curare i gazawi. Sono in gioco centinaia di miglia di vite umane».

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