venerdì 29 settembre 2017
L'analista Renad Mansour: il referendum serve a Barzani per incassare risultati politici ora che Daesh è in ritirata
Referendum in Kurdistan: «La guerra non scoppierà»

Storico ma controverso, dalle incerte conseguenze militari, politiche ed economiche, il referendum di lunedì nel Kurdistan ha avuto come primo e più rilevante esito quello di una vigorosa spinta verso l’isolamento dei curdi d’Iraq. Dopo il «Sì» schiacciante all’indipendenza (92% dei voti), il Parlamento di Baghdad ha chiesto al premier Abadi di inviare forze di sicurezza a Kirkuk e in altre aree contese. Intanto, ai curdi viene intimato di rinunciare entro domani al controllo dei loro aeroporti di Erbil e Sulaymaniyah, pena l’embargo aereo (ma Turkish Airlines comunica che i voli proseguiranno). Da oltre confine, nel frattempo, il presidente turco Erdogan tuona e minaccia sanzioni. «Lo scenario più probabile, tuttavia, è che non accadrà granché. Sappiamo che il “Sì” di lunedì non significa che i curdi dichiareranno l’indipendenza». A dirlo è Renad Mansour, esperto di dinamiche irachene e curde alla Chatham House, il Royal Institute of International Affairs di Londra. «C’è chi si aspetta uno scontro, ma il conflitto ha caratteri più generali sul terreno: in ciascuna area del post-Daesh il vuoto produce instabilità. Dunque sì, la paura è che questo referendum possa condurre, soprattutto a Kirkuk e nel nord della provincia di Ninive, schermaglie e scontri, tuttavia già visti nel recente passato. Baghdad non riconosce il referendum, ma non credo che Abadi voglia una guerra contro i curdi».

Perché il voto si è tenuto proprio ora? La leadership curda, mentre la lotta contro il Daesh volge al termine, si rende conto in prospettiva di non essere più così utile a Usa e comunità internazionale (i militari curdi iracheni, i peshmerga, sono stati molto attivi contro il Daesh, ndr). È il tentativo di utilizzare lo status appena ottenuto a livello internazionale per rimanere rilevanti, ora che la battaglia militare è quasi conclusa e si apre una fase più politica. Per i leader curdi il referendum è merce di scambio, li rende in grado di negoziare. Il presidente Barzani potrà dire a Baghdad: «Cosa potete offrirmi di concreto per negare la volontà espressa dalla mia gente?»

Un passaggio storico, dunque, ma non decisivo. Questo referendum è parte del processo per la conquista di una sempre maggiore autonomia. Dal 2003, se non dal 1991, i curdi iracheni hanno creato le precondizioni di uno Stato con un loro Governo e un loro Parlamento. Distanze esistono anche dal punto di vista sociale, tanto che la gente in Kurdistan conosce davvero poco di ciò che accade a Baghdad. Il voto, ora, è il tentativo di mettere sul tavolo uno Stato vero.

Non solo con il governo di Abadi, però, i curdi dovranno fare i conti: come gestiranno i rapporti con Turchia e Iran? E come Erbil manterrà il legame con Ankara con cui condivide un oleodotto vitale per l’economia curda? I curdi d’Iraq hanno bisogno di amici, di esportare petrolio, non c’è altro modo per far funzionare la loro economia. È probabile che Barzani parlerà in una certa maniera alla propria gente e in modo leggermente diverso alla Turchia. Dirà cioè che il referendum non significa necessariamente separazione da Baghdad. È impossibile dichiarare l’indipendenza senza prima assicurarsi un partner. In caso contrario, non c’è modo che i curdi arrivino ad ottenere (e mantenere) lo Stato che da tempo dicono di volere.

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