Mohammad e gli altri, a Gaza senza cure: «Qui i malati non hanno speranza»

di Luca Foschi, Ramallah
Il giornalista Dahman, 56 anni, aspetta un'operazione ai reni: «Più di due milioni di persone vivono con una sola Tac a disposizione. Non esiste un solo macchinario per la risonanza magnetica»
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October 9, 2026
Mohammad e gli altri, a Gaza senza cure: «Qui i malati non hanno speranza»
La dialisi è solo per mezz'ora all'ospedale Al-Shifa nel Nord di Gaza / Ansa
«Più di due milioni di persone vivono a Gaza con una sola Tac a disposizione. Non esiste un solo macchinario per la risonanza magnetica. Per non parlare della carenza di medicine e materiale sanitario. È come se fossimo stati tagliati fuori dal resto del pianeta». Mohammad Dahman, 56 anni, è uno dei 40 operatori dell’informazione gravemente malati che la settimana scorsa ha spinto il Sindacato nazionale palestinese dei giornalisti a lanciare un appello per la loro immediata evacuazione dalla Striscia. Le restrizioni imposte da Israele ai movimenti da e per Gaza sono il risultato dell’interpretazione radicalmente restrittiva dei termini sottoscritti con il “cessate il fuoco” del 10 ottobre 2025. Non è servita la risoluzione n° 2803 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che assimilava buona parte del progetto di pacificazione e ricostruzione di Gaza disegnato dall’Amministrazione Trump, né le pressioni esercitate su Washington dai potentati mediorientali a vincere le resistenze del governo Netanyahu.
Da un anno la vita si è fermata nel limbo devastato della Striscia. La prima fase del piano in 20 punti è stata quotidianamente violata, a partire dalle operazioni militari. La seconda, in virtù della quale al disarmo di Hamas sarebbe corrisposto il ritiro dell’Idf dalla Linea Gialla, non è mai cominciata. La Forza Internazionale di Stabilizzazione deve ancora formarsi, la nuova forza di polizia palestinese non può avere accesso alla Striscia, così come il Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (NCGA), il governo tecnocratico palestinese scelto per sostituire quello di Hamas, che vi ha nel frattempo formalmente rinunciato. Tutto è sospeso in attesa del risultato delle elezioni israeliane del 27 ottobre. Il “Board of Peace” che avrebbe dovuto sostituire l’Onu nella risoluzione dei conflitti, tace imbarazzato.
Mohammad Dahman, nota firma dell'agenzia Wafa, è in attesa di una delicata operazione ai reni / Foschi
Mohammad Dahman, nota firma dell'agenzia Wafa, è in attesa di una delicata operazione ai reni / Foschi
A farne le spese sono due milioni di gazawi. I giornalisti come Mohammad Dahman fanno parte di un vasto esercito della sofferenza. Secondo le stime dell’Onu e dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), all’apertura del valico di Rafah, concessa da Israele solo a partire dal 2 febbraio per un esiguo numero di casi sanitari, il numero delle persone bisognose di urgente trattamento medico all’estero era circa 18.500. Di questi, almeno 4.000 minori. In quasi otto mesi, riporta l’Oms, i malati che hanno potuto abbandonare Gaza sono 2.452, scortati da 3.696 accompagnatori. La tarda apertura prevedeva l’evacuazione di 50 pazienti al giorno, ognuno accompagnato da due assistenti. Da allora sono trascorsi circa 240 giorni. Se il passaggio non fosse stato impedito oggi sarebbero state curate all’estero circa 12.000 persone. Nell’inquietante report sulle condizioni della sanità a Gaza, pubblicato ieri dalla Ong israeliana “Physicians for human rights”, si leggono i dati del ministero della Sanità della Striscia, secondo cui dall’ottobre 2023 al luglio 2026 1.570 pazienti sono morti in attesa dell’evacuazione. Fra questi 505 malati di cancro e almeno 264 minori.
«Già prima della guerra i dottori avevano stabilito che dovessi essere operato fuori dalla Striscia. Oggi il calcolo che si trova nel mio rene destro ha raggiunto i tre centimetri. Il rene e l’uretra sono ingrossati, il sangue è ormai sempre presente nelle urine. Spesso sono costretto all’immobilità. Il trasporto non è sempre disponibile, quando arrivano le coliche. Sono così dolorose che desidero la morte. Potrei perdere il rene se l’operazione non verrà eseguita il prima possibile», spiega Dahman, firma nota dell’Agenzia stampa palestinese Wafa. La sua richiesta di trasferimento per cure mediche è stata rinnovata diverse volte, e accolta dal ministero della Salute di Gaza in collaborazione con l’Oms. A mancare, prima della definitiva autorizzazione israeliana, è il paese ospitante. «Ho lasciato la mia casa nel nord dei Gaza, ora distrutta, il 13 ottobre 2023. Ora vivo a Khan Yunis, nel campo profughi di al-Mawasi, con mia moglie e quattro figli. Non possiamo permetterci un appartamento, i costi sono troppo alti. L’80% degli edifici nella Striscia è stato distrutto. La vita è estremamente difficile, a volte la morte sembra più semplice da affrontare. Abbiamo accesso limitato ad acqua e cibo, soffriamo il caldo d’estate e il gelo d’inverno. Il sistema fognario è distrutto, fra le tende proliferano le malattie della pelle, gli insetti, i topi e i rettili. L’elettricità va e viene, dormiamo nell’oscurità, mia moglie e le mie figlie hanno paura», racconta Dahman.
Secondo la Federazione internazionale dei giornalisti, che coordina le sue ricerche con il sindacato palestinese, almeno 240 operatori dei media sono stati uccisi a Gaza dal 7 ottobre. «Nonostante le mie condizioni di salute ho continuato a lavorare. Solo pochi giorni fa un veicolo che passava a pochi metri da dove mi trovavo è stato bombardato. Due persone sono state uccise, decine i feriti. Una delle tante occasioni in cui ho sfiorato la morte in questi tre anni», dice il giornalista. Ma più che le bombe, è l’oblio a minacciare con ostinazione Mohammad Dahman: «Voglio fare un appello al governo italiano, affinché mi aiuti a lasciare Gaza per essere operato. La mia situazione è molto grave, così quella dei miei compagni giornalisti. Ho bisogno di uscire, con più urgenza che mai. Ho disperatamente bisogno di ricevere cure mediche».

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