L'ingresso in guerra degli Houthi rende più difficile una mediazione nel caos
Con due missili lanciati dallo Yemen su Israele, i ribelli filo-iraniani hanno aperto un nuovo capitolo nelle ostilità mediorientali. Tra questioni di opportunità interna e nuovi possibili blocchi commerciali, ecco come cambia lo scenario per la diplomazia

È con una doppia salva di missili lanciati dallo Yemen su Israele, uno a distanza di poche ore dall’altro, che gli Houthi, i ribelli filo-iraniani, hanno rotto il silenzio e sono entrati nella guerra di Washington e Tel Aviv contro Teheran. La mossa non è da poco perché apre un nuovo fronte del conflitto in Medio Oriente proprio mentre la diplomazia cerca, faticosamente, di trovare una via d’uscita al caos.
Il Pakistan si prepara, tra oggi e domani, a ospitare nella capitale Islamabad colloqui tra i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Turchia ed Egitto con l’obiettivo di porre fine alle ostilità. Non è chiaro se ci saranno anche rappresentanti di Iran e Stati Uniti. Il fatto che Teheran abbia ringraziato il Pakistan per i suoi sforzi di mediazione, però, è un buon segno: implicitamente, certifica che le trattative, negate nei giorni scorsi, effettivamente ci sono.
Gli Houthi fanno sul serio. Nel video diffuso a rivendicare il primo attacco, avvenuto nella notte tra venerdì e sabato, il portavoce militare Yahya Saree ha spiegato che le milizie hanno agito in risposta ai raid israeliani in Iran, Libano, Iraq e nei territori palestinesi aggiungendo che continueranno ad avere «il dito sul grilletto» fino alla fine dell’«aggressione» su tutti i fronti. Perché solo adesso? Sebbene gli Houthi siano allineati all’asse di Teheran nella regione, sono considerati religiosamente (e politicamente) più “autonomi” rispetto al regime degli ayatollah. Secondo alcuni analisti agiscono perché mossi principalmente da opportunità interne.
Diffuso è il timore che il loro intervento possa destabilizzare ulteriormente la regione con una mossa ardita: il blocco del passaggio delle navi attraverso lo stretto di Bab al-Mandab, a sud del Mar Rosso. Tattica già utilizzata durante la guerra a Gaza che, adesso, alla luce della chiusura di Hormuz, potrebbe aggravare l’impatto della guerra sulle forniture di petrolio e, più in generale, sui mercati globali. Un alto funzionario del ministero della propaganda Houthi, Mohammed Mansour, lo ha detto chiaramente: il blocco di Bab el-Mandab è «tra le opzioni» per sostenere «i fratelli» di Teheran e Hezbollah.
C’è un altro rischio legato alla loro discesa in campo: si teme che in Yemen si risvegli il conflitto civile che, per otto anni, fino al 2022, ha causato una grave crisi umanitaria (e in cui ci ha messo lo zampino anche l’Arabia Saudita). I loro due missili hanno fatto salire ulteriormente la tensione nel Golfo che, a un mese e un giorno dall’inizio delle ostilità, è diventato teatro quotidiano di attacchi incrociati. L’amministrazione statunitense, questi sono solo gli ultimi sviluppi, ha confermato che una ventina di soldati americani sono rimasti feriti (cinque in modo grave) in un attacco iraniano contro la base militare Prince Sultan in Arabia Saudita. L’offensiva, in cui sono stati danneggiati due velivoli militari KC-135 per il rifornimento in volo e un cruciale “aereo sentinella”, è stata una delle più pesanti per le difese statunitensi dall’inizio dell’operazione.
Altri raid iraniani nel Golfo Persico hanno danneggiato il radar dell’aeroporto civile del Kuwait e l’importante porto di Salalah in Oman. Sei persone, ancora, sono rimaste ferite negli Emirati Arabi a causa dei detriti caduti durante l’intercettazione di un missile proveniente dall’Iran. Il Comando Centrale delle forze armate statunitensi ha però smentito le «ingenti perdite» rivendicate dalle Guardie della Rivoluzione durante un attacco contro un deposito di sistemi anti-drone e tre nascondigli di soldati americani a Dubai.
I raid sono continuati anche sul fronte opposto. Particolarmente intensi sono i bombardamenti di Israele registrati su Teheran dove sarebbe stata colpita la sede dell’Università di Scienza e Tecnologia, nel nord-est della città, causando pesanti danni strutturali ma nessuna vittima. Sarebbero invece 26 i morti provocati da un’offensiva su Isfahan. In Iran, Tel Aviv avrebbe ucciso Ali Fouladvand, lo scienziato responsabile del programma nucleare, e attaccato due impianti per l’energia atomica: il complesso ad acqua pesante di Khondab, nel nord-ovest, e, di nuovo, l’impianto di Ardakan, nella provincia di Yazd, dove si produce la polvere concentrata di uranio (chiamata “ yellowcake”) utilizzata nella fase iniziale della lavorazione del materiale fissile. Le autorità locali hanno riferito che l’attacco non ha causato il rilascio di materiale radioattivo ma cresce il timore di un incidente nucleare. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha fatto sapere di aver ricevuto da Iran la segnalazione di un altro attacco alla centrale nucleare di Bushehr, il terzo in 10 giorni, senza tuttavia causare danni al reattore.
Il regime, da parte sua, ha risposto al fuoco contrattaccando con missili lanciati su Israele. I feriti contati dal ministero della Salute di Tel Aviv in seguito a questa offensiva sono 142 in 24 ore.
Quanto, ancora, durerà? È la domanda che ormai interroga tutti. Il numero due della Casa Bianca, JD Vance, ha dichiarato ieri che gli Stati Uniti hanno raggiunto in Iran «la maggior parte degli obiettivi militari» e che il presidente Donald Trump continuerà l’operazione «ancora per un po’ al fine di garantire che non dovremo tornarci per molto tempo». Parole in linea con le previsioni del segretario di Stato americano Marco Rubio secondo cui «la guerra si concluderà nel giro di settimane, non mesi». Il capo della diplomazia a stelle e strisce si è spinto oltre dicendo che «gli Stati Uniti non hanno bisogno di truppe di terra per vincerla». Intanto, però, è stato confermato l’approdo nel Golfo (il luogo esatto è “top secret”) della Uss Tripoli, una nave d’assalto anfibio con a bordo circa 3.500 marinai e fanti di marina, oltre a velivoli da trasporto e da combattimento, mezzi d'assalto anfibi e tattici. La nave, solitamente di stanza a Okinawa, in Giappone, è stata spostata in Medio Oriente in vista di un’eventuale di un’eventuale operazione di terra. Trump potrebbe autorizzarla se il suo ultimatum, in scadenza il 6 aprile, non avrà effetto: entro quella data il regime, che adesso beneficia di una sospensione degli attacchi Usa agli impianti energetici, deve riaprire lo Stretto di Hormuz. Il Pentagono intanto valuta il dispiegamento di altri 10mila soldati nell'area con i quali il numero di truppe americane salirebbe a 17mila: non abbastanza per un’invasione ma sufficiente per un’occupazione limitata, per esempio dell’isola di Kharg.
A far pensare che gli Stati Uniti vogliano chiudere presto la partita c’è l’indiscrezione secondo cui la Difesa Usa ha avviato una (preoccupata) riflessione interna per valutare come renderne disponibili più missili Tomahawk visto che nelle prime quattro settimane di conflitto ne sono stati usati già un’enormità: circa 850
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