«L'Europa ora ha uno spazio diplomatico per agire nella guerra con l'Iran»
di Diego Motta
Fermezza e unità consentono ai Ventisette di essere più allineati tra loro rispetto alla crisi su Gaza. Pirozzi (Iai): «Coinvolgere l'Onu nella gestione di Hormuz potrebbe essere una strada, ma manca ancora un piano»

La resistenza dell’Europa all’America di Trump è più netta di quanto sembri. Come avvenne per l’Ucraina, la guerra scatenata in Iran ha avuto l’effetto di ricompattare il Vecchio continente. Con maggior lentezza e con più distinguo, certamente, ma più passano i giorni più cresce la consapevolezza, da questa parte dell’Atlantico, delle crescenti difficoltà della Casa Bianca nella gestione del dossier mediorientale. «La risposta agli Usa è stata improntata alla linea della fermezza» sottolinea Nicoletta Pirozzi, responsabile Unione Europea per l’Istituto affari internazionali, lo Iai. «Al no immediato del premier spagnolo Pedro Sanchez, si sono via via allineati i leader degli altri Paesi, da Friedrich Merz alla stessa Giorgia Meloni. Con toni diversi, certamente, ma all’insegna di un’uniformità complessiva di vedute che non si vedeva dai tempi dell’aggressione russa a Kiev. Di certo, questa sintonia non si era vista con Gaza, quando le opinioni pubbliche nazionali avevano protestato per il massacro dei palestinesi, anche per via dei silenzi dei diversi governi».
All’inizio del conflitto, l’Ue era considerata l’assente ingiustificata nello scenario della regione. A cosa si deve questo cambiamento di posizione?
Per prima cosa, direi al tipo di attacco, del tutto unilaterale, deciso da Stati Uniti e Israele. È stata un’offensiva avviata senza alcun coinvolgimento dei Paesi alleati. Poi va considerata la questione politico-strategica: non c’è alcuna chiarezza sugli obiettivi dell’operazione militare, soprattutto da parte americana. Questo i Ventisette lo vedono e il rischio di venir trascinati in un conflitto lungo e dagli esiti incerti preoccupa tutti. In terzo luogo, l’Europa risente delle ricadute dirette di questa incertezza globale, dalla sicurezza degli approvvigionamenti energetici legati alla chiusura dello Stretto di Hormuz fino ai possibili effetti di lungo periodo sui flussi migratori.
Per prima cosa, direi al tipo di attacco, del tutto unilaterale, deciso da Stati Uniti e Israele. È stata un’offensiva avviata senza alcun coinvolgimento dei Paesi alleati. Poi va considerata la questione politico-strategica: non c’è alcuna chiarezza sugli obiettivi dell’operazione militare, soprattutto da parte americana. Questo i Ventisette lo vedono e il rischio di venir trascinati in un conflitto lungo e dagli esiti incerti preoccupa tutti. In terzo luogo, l’Europa risente delle ricadute dirette di questa incertezza globale, dalla sicurezza degli approvvigionamenti energetici legati alla chiusura dello Stretto di Hormuz fino ai possibili effetti di lungo periodo sui flussi migratori.
Nel frattempo, la Nato è stata nuovamente delegittimata da Trump, mentre si ipotizza un ruolo per l’Onu, almeno nella gestione della crisi di Hormuz. Che ruolo possono giocare le istituzioni internazionali?
L’Alleanza atlantica è in crisi profondissima e non da oggi. Tutto è cominciato con il secondo mandato dell’attuale presidente degli Stati Uniti, anche a causa dell’atteggiamento ondivago assunto dalla Casa Bianca sul versante ucraino. Ora che Trump è tornato a minacciare la possibile uscita dall’organizzazione, decisione che peraltro dovrebbe ricevere l’avallo del Congresso, l’indebolimento della Nato è ancora più evidente. D’altra parte, la scelta di non chiamare in causa l’Alleanza nelle operazioni in Iran si spiega proprio con la propensione del tycoon di giocare d’azzardo, evidentemente consapevole delle forti resistenze europee a sostenerlo. Quanto alle Nazioni Unite, leggo dell’ipotesi di un loro ruolo possibile per garantire la navigazione nello Stretto, sul modello del corridoio del grano adottato in Ucraina. Potrebbe essere una strada, anche se ancora manca un piano concreto.
L’Alleanza atlantica è in crisi profondissima e non da oggi. Tutto è cominciato con il secondo mandato dell’attuale presidente degli Stati Uniti, anche a causa dell’atteggiamento ondivago assunto dalla Casa Bianca sul versante ucraino. Ora che Trump è tornato a minacciare la possibile uscita dall’organizzazione, decisione che peraltro dovrebbe ricevere l’avallo del Congresso, l’indebolimento della Nato è ancora più evidente. D’altra parte, la scelta di non chiamare in causa l’Alleanza nelle operazioni in Iran si spiega proprio con la propensione del tycoon di giocare d’azzardo, evidentemente consapevole delle forti resistenze europee a sostenerlo. Quanto alle Nazioni Unite, leggo dell’ipotesi di un loro ruolo possibile per garantire la navigazione nello Stretto, sul modello del corridoio del grano adottato in Ucraina. Potrebbe essere una strada, anche se ancora manca un piano concreto.

Non crede che l’obiettivo americano in questa fase sia l’implosione stessa dell’Europa?
Trump ha certamente una visione dell’Europa come vassallo e suddito degli Stati Uniti. Pensava di coinvolgerla e mobilitarla a chiamata, considerandola una potenza minore. E anche nella Nato, si considera l’azionista di maggioranza. È evidente che ha sbagliato i suoi calcoli, a partire dalla mancata concessione delle basi americane nel Vecchio continente per i velivoli militari Usa impegnati nei combattimenti. Ora l’Europa si sta facendo avanti e credo ci sia spazio per un’iniziativa diplomatica. D’altra parte, gli Stati Ue avevano già giocato un ruolo importante ai tempi della trattativa sul nucleare con Teheran, poi deragliata.
Trump ha certamente una visione dell’Europa come vassallo e suddito degli Stati Uniti. Pensava di coinvolgerla e mobilitarla a chiamata, considerandola una potenza minore. E anche nella Nato, si considera l’azionista di maggioranza. È evidente che ha sbagliato i suoi calcoli, a partire dalla mancata concessione delle basi americane nel Vecchio continente per i velivoli militari Usa impegnati nei combattimenti. Ora l’Europa si sta facendo avanti e credo ci sia spazio per un’iniziativa diplomatica. D’altra parte, gli Stati Ue avevano già giocato un ruolo importante ai tempi della trattativa sul nucleare con Teheran, poi deragliata.
Quali differenze ci sono, nel dualismo Usa-Ue, in Iran rispetto al contesto ucraino?
Attenzione: la divaricazione dentro l’Occidente c’è, ma non è ancora tale da mettere in discussione i legami transatlantici, che rimangono forti. Abbiamo relazioni che continuano a tutti i livelli e che neanche le controverse vicende dei dazi prima, e della Groenlandia poi, hanno indebolito. Dal commercio alla difesa, fino alla sicurezza, non è venuta meno una forte condivisione delle strategie, anche in forma di intelligence. Rispetto a Kiev, è ancora possibile che ci siano sfumature diverse a livello nazionale, ad esempio sull’uso delle basi Usa. Eppure limiti giuridici e costituzionali ci sono in tutti gli Stati europei e questo vincola i singoli governi nelle loro scelte, anche rispetto alle loro opinioni pubbliche. Per questo complessivamente dico che la reazione europea alle richieste Usa sull’Iran è stata unitaria.
Attenzione: la divaricazione dentro l’Occidente c’è, ma non è ancora tale da mettere in discussione i legami transatlantici, che rimangono forti. Abbiamo relazioni che continuano a tutti i livelli e che neanche le controverse vicende dei dazi prima, e della Groenlandia poi, hanno indebolito. Dal commercio alla difesa, fino alla sicurezza, non è venuta meno una forte condivisione delle strategie, anche in forma di intelligence. Rispetto a Kiev, è ancora possibile che ci siano sfumature diverse a livello nazionale, ad esempio sull’uso delle basi Usa. Eppure limiti giuridici e costituzionali ci sono in tutti gli Stati europei e questo vincola i singoli governi nelle loro scelte, anche rispetto alle loro opinioni pubbliche. Per questo complessivamente dico che la reazione europea alle richieste Usa sull’Iran è stata unitaria.
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