L'Algeria vara la pena di morte per i piromani. La moratoria in vigore dal 1993 è a rischio
Le esecuzioni, benché mai abolite formalmente, sono sospese da oltre trent'anni. La nuova presa di posizione del Parlamento potrebbe di fatto reintrodurle

L’Algeria ripiomba indietro di più di trent’anni dopo che la Camera alta del Parlamento ha dato il via libera questo mercoledì all’estensione della pena di morte per i reati di incendio doloso e di rapimento di minori accompagnato da violenze gravi. Nel Paese, dove una moratoria ha interrotto de facto le esecuzioni dal 1993, il congelamento della pena è ora fortemente a rischio. La norma arriva dopo i devastanti roghi di quest’estate, che hanno dato il via a un’inquietante caccia alle streghe da parte delle autorità algerine. Già nel 2021 le località del Nord-Est erano state divorate dagli incendi boschivi, e anche in quella circostanza il governo aveva tentato di minimizzare la gravità dell’accaduto e di scaricare le proprie responsabilità su fattori esterni. Allora l’esecutivo algerino aveva accusato il Marocco, l’eterno rivale. Oggi il capro espiatorio sono diventati i piromani. Nel suo editoriale, pubblicato sul giornale indipendente Maghreb Émergent, il giornalista algerino e attivista per la libertà di stampa Ihsane El Kadi denuncia le colpe del governo, che avrebbe occultato il bilancio ufficiale delle vittime di quest’estate – solo dodici secondo Algeri – e fatto propaganda sulla presunta efficacia della risposta statale all’emergenza. Il problema di fondo, sottolinea El Kadi, è invece un altro: le autorità algerine temono una rivolta popolare e non vogliono ammettere il loro ritardo nella lotta al riscaldamento globale e, perciò, si nascondono dietro a un dito. L’introduzione della pena di morte, però, è la soluzione più drastica che si potesse immaginare.
Dopo il voto di mercoledì, la condanna delle Ong non si è fatta attendere: «Se i devastanti incendi di quest’estate richiedono indagini approfondite per accertare tutte le responsabilità, le tragiche perdite di vite umane che ne sono derivate non devono però servire a giustificare la privazione della vita. La pena di morte è la punizione più crudele, disumana e degradante che esista e costituisce una violazione del diritto alla vita» ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice per il Medio Oriente e il Nord Africa di Amnesty International. La stessa opposizione di governo, laica e progressista, ha denunciato la regressione in atto, sottolineando i rischi legali correlati alla nuova norma. Nel frattempo, il 5 ottobre, il tribunale penale della Corte di Algeri ha condannato a morte nove persone per traffico di sostanze stupefacenti. A inizio settembre, il presidente Tebboune – che è anche il primo sostenitore della nuova legge sulla pena di morte – si è pronunciato a favore della riconversione in prigione di una caserma militare nell’infernale deserto del Tanezrouft, dove d’estate si superano regolarmente i 50 gradi. La struttura carceraria, che verrebbe costruita apposta per i narcotrafficanti, si propone di combattere il problema dilagante delle rotte della droga che passano dal Paese: anche in questo caso il governo è intervenuto con una misura che comporta un deciso inasprimento che mette a rischio il rispetto dei diritti umani e manda un altro segnale di feroce repressione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di AvvenireTemi






