Khamenei riappare in pubblico e attacca gli Usa: ecco cosa ha detto
di Nello Scavo, inviato a Gerusalemme
La Guida suprema iraniana: il presidente degli Stati Uniti ha inviato un messaggio ai sediziosi, illudendoli. I suoi sono atti criminali, vuole il nostro petrolio. La preoccupazione del cardinale Parolin: com'è stato possibile accanirsi contro il proprio popolo?

Ammette che è stata una carneficina. Non per colpa della repressione, ma sacrificati «dai loro amici stranieri». E se qualcuno mente, questi è Trump. Riemerso pubblicamente a Teheran per mostrarsi ancora saldo e lungi da una fuga, l’ayatollah Khamenei ha imputato a Usa e Israele l’ondata di proteste e il bagno di sangue. Poi ha abbassato i toni: «Non trascineremo il Paese in guerra».
Poco dopo è stato proprio Trump a rispondergli rinnovando la minaccia. «E’ ora di cercare una nuova leadership in Iran» ha dettato a Politico. Quanto al grande ayatollah «quest’uomo è un malato che dovrebbe governare il suo Paese correttamente e smettere di uccidere persone».
Davanti a una folla devota Khamenei aveva indicato nella Casa Bianca e in Israele la regia degli scontri: «Il Presidente degli Stati Uniti ha inviato un messaggio ai sediziosi, affermando che li avrebbe supportati e avrebbe fornito supporto militare». Sottinteso: gli americani hanno tradito i contestatori, prima aizzandoli, poi abbandonandoli. A dare del bugiardo al tycoon è stato il procuratore generale di Teheran. Il presidente Usa aveva dichiarato di aver fermato l’attacco perché il regime aveva interrotto 800 esecuzioni. «Sciocchezze inutili e infondate», ha dichiarato il giudice Ali Salehi, che al contrario promette una risposta della magistratura «decisa, deterrente e rapida».
La dissidenza, frammentata e spesso litigiosa, prova a trovare una via d’uscita. Davanti alla caccia all’uomo, alle retate casa per casa e ai raid negli ospedali per trascinare i feriti in prigione, molti si sono domandati se non sia il caso di tornare in piazza e tentare il tutto per tutto, anziché attendere l’arresto e l’impiccagione. Nel passaparola sotterraneo si discute anche di altre opzioni: attentati mirati, agguati, operazioni di disturbo. Lontano da Teheran alcune contestazioni sono state inscenate. Niente a che vedere con l’ondata dei giorni precedenti, mentre ieri nella capitale alcuni edifici commerciali sono andati a fuoco senza che vi fossero cortei né cariche. Ma al calare della sera alcuni gruppi di giovani sono tornati nelle strade nella speranza di riattivare la contestazione di massa, sfidando la reazione dei pasdaran proprio nel giorno in cui Khamenei cantava vittoria. Gli attivisti per i diritti umani “Hrana” parlano di un bilancio da 3.090 morti, tra cui 2.885 manifestanti, e oltre 22.000 arresti. Ma la repressione è lungi dal vedere una pausa. Secondo Khamenei lo scopo del tycoon è «rubare la ricchezza» dell’Iran, alludendo in particolare all’oro nero, di cui Teheran è la terza riserva mondiale. Entro una settimana raggiungerà il Medio Oriente la portaerei americana Lincoln, che può imbarcare fino a 90 velivoli tra cui una cinquantina di caccia. I piani di Trump, quando deve avviare la “fase 2” a Gaza con il coinvolgimento dei Paesi arabi, al momento non prevedono un attacco che possa innescare una crisi regionale che comprometterebbe la gestione della Striscia.
Vicende a cui guarda «con grande preoccupazione» il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. «La domanda che mi faccio: com’è possibile che ci si accanisca contro il proprio stesso popolo, che ci siano stati così tanti morti?», si è chiesto il porporato che auspica «una soluzione pacifica».
I media statali, che con il blocco di internet sono l’unica fonte di informazione, occupano i notiziari riportando l’arresto di migliaia di «rivoltosi e terroristi» in tutto il Paese. Mostrano armi sequestrate «di produzione turca» con cui, secondo le cronache di regime gli infiltrati nelle manifestazioni, hanno sparato contro gli stessi oppositori allo scopo di «screditare l’Iran». E volendo dimostrare l’esistenza di una connection internazionale a danno degli ayatollah, parlano di «capibanda» foraggiati dall’estero. La più citata è una donna di nome Nazanin Baradaran, secondo la tv di stato arrestata dopo «complesse operazioni di intelligence». Il controspionaggio avrebbe scoperto che con lo pseudonimo di Raha Parham agiva per conto di Reza Pahlavi, il figlio in esilio dell’ultimo scià. Pahlavi si è proposto come possibile leader in caso di crollo del regime e ha dichiarato che cercherebbe di ristabilire i rapporti diplomatici tra Iran e Israele, se dovesse assumere un ruolo di leadership nel Paese, ottenendo l’appoggio pubblico di esponenti del governo di Tel Aviv.
Le indagini contro i partecipanti alla «sedizione» non incontreranno «clemenza, pietà o tolleranza», promette Mohammad Movahedi Azad. È il procuratore generale del Paese. Per chi viene arrestato la sentenza sembra già scritta: «Tutti i responsabili - ha già stabilito Movahedi Azad - sono mohareb». Un termine giuridico con cui viene marchiato chi si pone «in guerra contro Dio». Crimine da estinguere con la condanna a morte.
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